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22.05.05
Un Nuovo Personaggio
Contemporaneamente Marco mi accompagna nuovamente in cucina. Mi mostra lo sportello in cui sono custodite le spazzole, gli stracci, le scope e i detersivi. Appeso allo sportello vedo il grembiule integrale. x4x
Lo prendo per provarmelo addosso ma è ridicolo, pieno di arricciature e nastrini. Anche se sono già vestito da cameriera faccio una smorfia di disappunto e Marco ghignando: "Se non ti piace non hai nessun obbligo. Hai sentito cosa ha detto la padrona: non vuole che ti sporchi assolutamente e ti posso assicurare che su questo è inflessibile. Se pensi di poter farne a meno è una tua scelta". Sto per metterlo via poi ci ripenso e decido di indossarlo. Faccio passare sopra la testa le spalline che reggono la pettorina. Le arricciature sono così evidenti che mi solleticano quando le tocco. Marco è di nuovo dietro di me per allacciarmi anche questo nuovo fardello. Mi sorride decisamente e istintivamente faccio altrettanto per assecondarlo. Questa volta è ancora più evidente e mi mette la mano sotto la gonnella per accarezzarmi i glutei. "Ma padrone!...", mi infila le dita sotto il body e risponde seccato "Silenzio, non fare la troietta! Ti stavo solo sistemando i vestiti". Toglie le dita seccato e ordina "Fila a pulire i cessi e fai un buon lavoro, devono essere splendenti prima del ritorno della padrona". Prendo gli stracci e il secchio, lo riempio d'acqua e con i detersivi vado nel bagno degli ospiti. Marco mi segue. Mi accorgo che manca qualcosa e sto per tornare indietro quando vengo fermato "Cosa c'è?", "Ho dimenticato lo spazzolone", "Non serve, puoi fare benissimo in ginocchio, con le mani a terra, così avrai risultati migliori", "Ma così è più faticoso!". Mi prende per una mano e torcendomi il braccio mi fa inarcare in avanti. Poi con l'altra solleva i vestito e mi sculaccia con una mezza dozzina di manate sul culo. Con uno strattone mi fa tornare di fronte a lui e mi afferra il mento con la mano: "Posso andare anche oltre, non hai che da insistere e potrai provare!... Ora in ginocchio e strofina!". E' un tipo molto forzuto e mi spaventa l'idea di contraddirlo nuovamente, prendo una spugna dal secchio e seguendo il dito del Padrone mi dirigo verso il vaso per pulirlo. Mi metto in ginocchio per strofinare in tutti i punti, anche i più nascosti. Sciacquo la spugna per eliminare il sapone residuo si incomincia ad intravedere lo splendore. Nel frattempo il padrone segue il lavoro alle mie spalle e solo quando ho finito di pulire il vaso mi accorgo che si è sbottonato e sta per urinare. Sono ancora in ginocchio accanto al vaso quando il getto fuoriesce e disastrosamente finisce non solo dentro il vaso, ma anche sul bordo e sulla seggetta e gli schizzi mi arrivano addosso, sul viso. Vorrei arrabbiarmi, sto per farlo quando lui "Prendi quella salvietta", riferendosi ad una appesa accanto al bidet. "Cerca di pulirmi per bene, non voglio richiudere la patta con il cazzo ancora umido". Timidamente lo tampono e lo asciugo evitando di toccargli direttamente il pene. "Scommetto che stai pensando come sarebbe bello poterlo succhiare nella tua bocca". Si stacca e continua "Non ora c'è il cesso ancora sporco, puliscilo e fai di corsa". Contemporaneamente mi prende la salvietta dalle mani e dopo averla passata sul bordo del vaso e mi mostra che è sporca. "Ti ho schizzato prima mentre pisciavo?" non aspetta la risposta e con un gesto deciso mi strofina sul viso la salvietta sporca della sua pipì.
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La getta per terra e se ne esce fischiettando. Sono ancora in ginocchio, vorrei mandare a quel paese tutta la storia, ma poi ragionando mi accorgo che non posso uscire vestito in quel modo. E i miei vestiti? Che fine hanno fatto. Ora capisco il significato della frase "ci garantiremo affinché tu non cambi idea troppo facilmente". Mi sento come imprigionato e realizzo che per il momento è meglio soprassedere ad ipotesi di fuga e invece assecondare la volontà dei padroni. Forse se mi mostrassi più accondiscendente potrei usufruire di un trattamento migliore. Riprendo il mio lavoro e ripulisco il nuovo sporco e proseguo con gli altri servizi. Dopo un quarto d'ora esco dal bagno. Marco è in sala a leggere il giornale, e io mi reco nel bagno padronale. E' arredato con più gusto, ma è più disordinato, segno evidente di un maggior utilizzo. E' abbastanza sporco, sicuramente è un po' di tempo che non viene pulito. In un angolo vedo qualcosa per terra. Un preservativo usato ancora pieno di sperma. Lo prendo schifato con la punta delle dita e lo butto nel sacchetto dell'immondizia. Procedo nelle pulizie come di consueto. Con Marco alle spalle accusavo una sensazione di soggezione che mi impediva di lavorare tranquillamente. Metto in ordine e concludo le pulizie dei bagni. Vado in cucina per prendere spolverino, panni e scopa per la pulizia delle camere. Marco mi intercetta dicendo "Hai fatto tutto per bene?", "Sì Padrone, ho pulito e riordinato i due bagni come mi aveva chiesto", "Andiamo a vedere se dici la verità". Si alza in piedi quando suonano alla porta. "Vai ad aprire alla padrona". Apro la porta d'ingresso ma invece della padrona mi trovo davanti un uomo. Costui si mostra meravigliato vedendomi, poi sorridendo mi chiede "Posso entrare?", e imbarazzatissimo cerco di balbettare qualche parola "Ma lei chi è... chi devo dire...", "Non ti preoccupare... buongiorno Marco!" e lui risponde "Ciao Franco, non ti aspettavo per quest'ora". Lo accoglie in sala poi rivolgendosi a me "Dopo andrò a vedere il tuo lavoro ora fila a fare ordine in cucina" e mi tira un'altra forte pacca sul sedere. Sono di nuovo colpito da uno stato di prostrazione, ora sono stato visto in queste condizioni anche da un estraneo. E meno male che è un estraneo e non un mio conoscente! Con rabbia mi tolgo il grembiule integrale e lo lascio sul tavolo. Dalla sala li sento ridere di gusto mentre riordino la cucina. A un tratto Marco mi chiama "Vieni qua da noi" e arrivo in sala a testa bassa. "Franco è un caro amico. Ogni sua richiesta è come un mio ordine", "Sì padrone...", "Ora accompagni Franco nel bagno degli ospiti. Vorrei che tu ti mostrassi ubbidiente, non voglio sentire rimostranze da parte sua. Chiaro?. Vai!". Lo precedo fino alla porta del bagno, ma li mi fa segno di andare avanti. Entro in bagno e lui dietro di me. Chiude la porta. Poi si rivolge a me "Devo urinare", "e io cosa dovrei fare?", "Vai al vaso sollevi la seggetta e ti metti in ginocchio accanto a guardare se ho qualche necessità. Difficile?" vado ed eseguo l'ordine. Ha un sorriso ancora più perverso e soddisfatto di Marco.
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Mi metto in ginocchio a lato del vaso e lui si avvicina. "Aprimi la patta, ci sono i bottoni e mi fa fatica aprirli". Mi avvicino ed esaudisco le sue richieste poi si scosta per tirare fuori il pene e urina nel vaso. Non cerca di provocarmi cercando di sporcare il vaso, ma non posso fare a meno di avvertire gli schizzi di urina che da quella breve distanza mi raggiungono ancora sul viso. Al termine mi chiede "Vieni a pulirmi" mi volto per cercare unaltra salvietta ma lui mi riprende subito "No, non cercare nulla, avvicinati". Si gira verso di me e con il suo pene eretto verso il mio viso mi chiede "Usa la lingua, lo preferisco". Allora sbotto "E no, posso sopportare gli schizzi, ma questo è troppo schifoso!". Mi sto per alzare in piedi e mi vedo arrivare sul viso due forti schiaffi e un perentorio "Torna in ginocchio! Ti ho chiesto di pulirmi e come ha detto il tuo Padrone devi ubbidirmi". Gli schiaffi mi fanno male e sono frastornato. Mi arrendo alla richiesta avvicinando la mia bocca e timidamente elargisco le mie prime leccatine con la lingua sul suo glande bagnato d'urina. Lui ha già cambiato atteggiamento è visibilmente più soddisfatto anche se mostra un viso serio. "Usa anche le labbra, ecco così, prendilo in bocca e continua ad usare la lingua". Il suo pene è tra le mie labbra e lui ha le sue mani sulla mia testa per tenerla in posizione. Improvvisamente mi sento schizzare sul palato e realizzo che non ha aveva finito la pipì. "Vedi che era rimasto qualcosa?, Da brava succhia tutto". Mi fa schifo quel sapore ma mi impedisce i movimenti e praticamente ingoio quel liquido nauseabondo dopo che ha invaso tutta la mia bocca. Stacca le mani dalla mia testa e si allontana rimettendosi il pene dentro la patta, poi verso di me "Abbottonami i pantaloni!" e con il viso arrabbiato ubbidisco a quest'ultimo ordine. Poi mi rialzo in silenzio e lo seguo mentre esce dal bagno. Tornati in sala Marco gli chiede "Sei rimasto soddisfatto?", "Per niente questa puttanella si è ribellata e sono stato obbligato a schiaffeggiarla", "Come! e tu cos'hai da dire?". "Mi ha fatto bere la sua pipì e...", "E ha fatto bene! Devi sempre ubbidire, come riuscirò a fartelo capire? In ginocchio qui, sul divano, subito!". Con circospezione vado sul divano e ci salgo sopra nel modo che mi è stato ordinato mentre Marco apre un cassetto e continua "Chinati giù e appoggiati con le mani sullo schienale". Torna verso di me e solleva la gonna "Ma padrone cosa fa...", "Zitta e immobile" e immediatamente scopro che in mano ha un frustino e mi colpisce sulle natiche con un primo colpo doloroso. Continua a colpire e insiste "Conta dieci colpi", "Uno...due...", ogni colpo è sempre più doloroso "...nove...dieci". "Ne vuoi ancora?", "No padrone, la prego, basta così..." e torna frustarmi "Non si dice mai NO al padrone. Devi sempre dire 'Sì padrone, se lo desidera'. E alla fine devi sempre ringraziare. E' chiaro? Conta!" conto di nuovo fino a dieci e ho gli occhi gonfi, sto quasi per piangere per l'umiliazione subita. Nulla da dire?, con una voce tremante Grazie Padrone. Scendi dal divano, subito! E mettiti in ginocchio!. Mi muovo con dolore, mi ha colpito anche sulle gambe. Scivolo dal divano fino a terra e mi metto nella posizione ordinata. Chiedi scusa al signor Franco.
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Mi sento quasi in colpa sussurro Signor Franco le chiedo scusa per quanto è accaduto prima. Non basta. Per quale motivo lo hai fatto arrabbiare?, Perché non volevo , non volevi cosa?, non volevo leccargli il pene. Bene, se desideri il perdono e non ricevere altre punizioni dolorose, esegui ora il compito che ti aveva richiesto!. Franco ascolta in disparte con il viso serio Non pensare che venga io a metterti in bocca il mio cazzo . Hai sentito? Striscia ai suoi piedi e non procurargli altri fastidi. Mi avvicino sempre in ginocchio ai piedi di Franco. Lo osservo dal basso, ma lui evita di incrociare il mio sguardo. Alzo le mani verso la patta, la sbottono e apro anche la cinghia dei pantaloni. Dallapertura dei boxer infilo le mie dita e cercando di essere delicato gli tiro fuori il pene. E abbastanza molle. Cerco nuovamente di incrociare inutilmente il suo sguardo poi avvicino la bocca. Tiro fuori la lingua per leccarlo come mi aveva chiesto. Se vuoi farti perdonare lecca bene lo scroto e prendilo in bocca. Ubbidisco. Mentre lecco il suo scroto mi ritrovo la bocca piena dei suoi peli e accenno un gesto per toglierli dalla bocca. Non provarci, ogni pelo del mio cazzo vale più di te, sarà meglio per te ingoiarli piuttosto che sputarli. Torno a leccare e baciare fino allasta. Il pene è sempre più eretto. Con la coda dellocchio vedo Marco a lato con il frustino tra le mani, pronto ad elargire nuove punizioni. Franco mi chiede Ora come una brava puttanella, lo prendi in bocca e lecchi amorevolmente il mio glande. Allargo le labbra e ritrovo nuovamente il suo pene in bocca. Chiudo gli occhi mentre appoggia le sue mani sulla mia testa, per guidare i movimenti. Mi allontana per farsi baciare dalla base del pene per tutta la lunghezza dellasta. Me lo infila nuovamente in bocca e mi ordina di pompare sempre più intensamente Così brava, ora mi piaci . Lodore dei suoi umori è stranamente inebriante e succhio avidamente senza pensieri per la testa. Rimango sorpreso dal primo schizzo di sperma. E caldo e decisamente più piacevole della precedente esperienza con la pipì. Mi metto in ginocchio a lato del vaso e lui si avvicina. "Aprimi la patta, ci sono i bottoni e mi fa fatica aprirli". Mi avvicino ed esaudisco le sue richieste poi si scosta per tirare fuori il pene e urina nel vaso. Non cerca di provocarmi cercando di sporcare il vaso, ma non posso fare a meno di avvertire gli schizzi di urina che da quella breve distanza mi raggiungono ancora sul viso. Seguono altri schizzi, ma Franco mi allontana dalla presa, vuole vedere gli ultimi schizzi sul mio viso. Mi ritrovo con le guance e il mento sporchi di liquido seminale. Istintivamente mi riavvicino al suo pene e finisco di bere le ultime gocce del suo succo e ripulirlo con la lingua. Ora basta così, Franco si allontana rimettendosi a posto da solo. Rimango in ginocchio guardando nel vuoto.
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Avevo fatto il mio primo pompino. Nel frattempo sento sbattere la porta. Antonella ci accoglie dicendo Cosa sta succedendo?. Marco risponde Genny ha disubbidito ed ha offeso Franco, E che punizione gli hai dato?, Venti frustate, poi ha chiesto perdono a Franco, si avvicina a me e Mhhh posso immaginarmi che genere di perdono. Genny, alzati in piedi!. Avverto ancora il dolore delle frustate e mi alzo lentamente. Marco mi segue. Ecco, come pensavo! Nessuno ti impedisce di fare la troietta, ma non sopporto che ti sporchi gli abiti da lavoro. Un preservativo usato ancora pieno di sperma. Lo prendo schifato con la punta delle dita e lo butto nel sacchetto dell'immondizia. Procedo nelle pulizie come di consueto. Non solo hai il viso pieno di sperma. Guardati sul petto. Abbassando gli occhi vedo che qualche goccia di sperma ha raggiunto il vestito nero e ha lasciato un inconfondibile macchia traslucida. Antonella, di fronte a me è imbestialita e mi elargisce un forte schiaffo poi un altro. Come una bimbetta che si sporca i vestitini ecco come sei. Ti ci vorrebbe aspetta se lo trovo si avvicina al cassetto di un mobile, lo apre e ne porta via una busta trasparente. Lo apre di fronte a me. Ecco cosa ti occorre. Rimango sorpreso dal primo schizzo di sperma. E caldo e decisamente più piacevole della precedente esperienza con la pipì. Mi metto in ginocchio a lato del vaso e lui si avvicina. Mi mostra una bavetta da bambina, rosa con i merletti bianchi. Io rimango ammutolito ad ascoltare Ti avevo proposto il grembiule integrale ma vedo che il mio consiglio non ti è servito! Rimettiti subito in ginocchio. Appena giù mi posiziona la bavetta sul petto e facendomi chinare la testa in avanti, la lega molto stretta intorno al collo. Alzati, scattare. Quando sono in piedi mi piglia per un braccio e mi gira verso gli altri due: Quando vorrete usare la troietta per i vostri comodi, siete pregati di usare sempre la bavetta. Rivolgendosi a me E tu non ti mettere subito a ciucciare cazzi senza averla indossata. La prossima mancanza saranno dolori. Chiaro? Annuisco Ora per punizione la terrai fino allora di servire la cena e ti chiameremo solo mocciosetta. Marco mi segue. Vai in cucina e non ti muovere fino a nuovo ordine!. Cerco nuovamente di incrociare inutilmente il suo sguardo poi avvicino la bocca. Tiro fuori la lingua per leccarlo come mi aveva chiesto. Passo in mezzo a Marco e Franco e ridicolizzandomi dicono Allora sei una mocciosetta ciucciacazzi? e Marco afferrando la bavetta me la passa sul viso per rimuovere le ultime tracce di sperma, poi mi elargisce la solita, pesante pacca sul culo.
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06.05.05
Al Calr del sole
Non voglio che questo giorno finisca e mi sorprenda da sola, non voglio che questo sole al tramonto s'immerga nel mare senza nemmeno vederlo, senza nemmeno che scaldi queste ossa che umide chiedono solo calore. Ma non posso fermare qualcuno di passaggio e pregarlo di andare insieme incontro alla luce.
Magari prendendo quel treno che ora si ferma e con quattro fermate arrivare fino al mare, fino ad Ostia che in ogni inverno al tramonto si rifà il trucco e pare mignotta. Come me che seduta in stazione accavallo le gambe per un fortunato che passa, per gli occhi avidi di quell'operaio che mi scruta e mi fissa al di là dei binari. Ma cosa potrà mai vedere? Così distante di spazio e di sogno, di cultura e religione, non potrà mai apprezzare la trama lucente delle mie calze o la sfumatura affusolata delle mie unghie laccate d'acqua marina. Cosa potrà mai sperare, vestito di lavoro e sudore, se non di starmi lontano e guardarmi perché altro alle sue mani unte e grasse non sarebbe mai concesso. E ridisegno le labbra e sfumo l'ombretto dello stesso colore degli occhi e mi sorprendo a guardarmi dentro questo specchio impolverato di cipria, come se fosse la prima volta, come se non sapessi quanto benevole siano state natura e mia madre. Che mhanno scolpita darmonia e leggerezza, di linee sensuali che solo a guardarmi vien voglia di stringerle in un pugno come fascine di grano prima del raccolto. E m'ammiro la faccia e le rifaccio i contorni senza per questo sentirmi più oggetto, sentirmi più preda in balia di sguardi maschili che al prossimo treno s'insinueranno lungo pieghe di carne e spacchi di stoffa che la luce ancora consente. Perché solo allora mi sentirò più viva e come un fremito dentro mi salirà la convinzione che le notti a venire non mi troveranno da sola. Mi scoprirò unica e possibile per il meno distratto che mappoggerà casualmente lo sguardo, tanto da fargli cambiare pensiero, percorso e certezza che la meta prescelta non è poi tanto lontana. Ma il giorno scompare ed io mi ritrovo da sola, con l'ansia che sale che forse nessuno stasera potrà spartire la pena che sento. Quando l'imbrunire t'avvolge le cosce e riduce ragione a non comprendere quanto la sera t'inquieta di dentro e ti faccia sentire spaiata. Nulla e nessuno finora ha deciso d'arrivare fino al mare e passare le ore che mancano alla sera insieme a questa donna che indomita ancora ci prova a non essere anonima in questo volatile posto.
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L'operaio ancora mi guarda, si è avvicinato quel poco per gonfiare la propria impotenza che mai pelle così liscia potrà mai toccare, che mai le sue mani indurite da calli potranno mai sentire. E dilata la sua incredulità di come una donna così bella, seduta alla stazione, possa stare ancora da sola senza che nessun odore di uomo si sia ancora accostato, senza che nessun viaggiatore voglia stasera spartire la sua stanza d'albergo. Ma io voglio andare al mare! Voglio che quella palla rossa di fuoco s'immerga nell'acqua e si spenga nei miei occhi, sbarrati alla meraviglia che nulla di più bello sarebbe consentito accogliere. E non posso stasera finire sotto coperte che sanno di polvere e muffa, e guardare soltanto cuscino e soffitto quando l'avida forza di maschio s'affoga e riemerge, ti colma e ti svuota perché altrimenti non potrebbe di nuovo riempirti nel posto che senza tanta ragione stasera ha deciso. Io voglio il mare! Voglio vedere quel sole che scende e sentirmi di dietro calore e tramonto, amore e compagnia che m'aiuti a passare la notte, ancora una notte con la speranza che qualche domani non mi sbatta su questa panchina. Un altro treno s'è fermato e scende gente che già sa dove andare, senza prestare attenzione a queste gambe fasciate di nero che divarico appena, appena quel poco che da dovuta distanza s'intraveda, nell'ombra, uno spicchio di femmina miseramente nudo e vuoto ancora per poco. "Signora, mi scusi, io sto prendendo quel treno e vado fino al mare." Mi giro, lo guardo, non mi sembra d'averlo mai conosciuto, non mi ricordo d'aver pettinato i suoi capelli castani. E' giovane, è bello di dentro più di quanto il suo aspetto non dica. Ma stringo le cosce e mi rimetto in piedi senza domandargli in quale posto abbia incontrato i miei desideri, lungo quale fluido chimico abbia incrociato la mia richiesta daiuto. Ma è giovane e non capirebbe perché faccio scorta ed incetta damore davanti al tramonto, perché soltanto i vecchi possono sapere quanto nero è il buio o quanto possa essere deserta una strada alle prime luci dellalba.
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Quando nessuno ti segue e ti precede tranne la tua ombra che silenziosa sallunga, saccorcia e si sdoppia sotto i lampioni. Ma è giovane e non avrei potuto chiedere di meglio, non avrei mai potuto sperare che due occhi profondi indovinassero il mio unico sogno, senza nulla rendere conto per come e per chi mi sto facendo più bella e perché la mia scollatura profonda copra a malapena i miei seni cresciuti a dismisura unicamente per accalappiare merli che in caldo trovano ricovero. "Signora il treno sta partendo." E senza sapere dove i miei tacchi infilzeranno la prossima ghiaia m'avvio trasportata di peso da questa mano che stringe la mia, da questo uomo che non può non aver capito che il mare, il sole, il tramonto sono patine di pretesto che danno luce ai miei giorni e si susseguono imprecisi per pura poesia. Faccio per parlare, ma mi stringe più forte e m'interrompe i pensieri dentro uno scompartimento vuoto. Ci mettiamo seduti di fronte ed accanto ad un finestrino dove dentro scivolano veloci case e pali in contro tendenza. Mi guarda, lo guardo. "Per fortuna il sole non è ancora tramontato!" Ma mentre mi fissa m'accorgo che è vestito tutto di nero ed un colletto bianco fa contrasto con la sua figura e le mie intenzioni remote. "Proprio un prete mi doveva capitare!" Dico tra me mentre mi ricompongo confusa. "E per giunta giovane!" Che non ha proprio capito che la compagnia che vado cercando mi soddisfa anima e corpo e mi dà sostentamento per il prossimo giorno. Vorrei dirgli che la realtà è diversa, proprio diversa da come mi vede, che la spiaggia d'inverno è un luogo perfetto per farci l'amore quando la notte che incombe vorrebbe farti sentire più sola. E ti scava di dentro lasciandoti una voragine profonda, e ti predispone corpo e cervello, come paziente in chirurgia, ad accogliere colui che accanto vuole solo colmarla. Vorrebbe parlarmi, ma forse qualcosa ha intuito, la mia faccia, del resto, parla da sola, così carica di richiami sfumati ed accesi che qualsiasi maschio saprebbe captare, che qualsiasi uomo vorrebbe sgualcire insieme a quello che sento di dentro compresa la carne che l'avvolge perfetta.
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Ma i suoi occhi mi cercano lanima, mi penetrano oltre il vestito e scavano la carne imbarazzata e trasparente che nessun sesso più duro di maschio finora ha fatto altrettanto. Ed impietrita come statua di marmo, trattengo il respiro per non concedere altro di quello che i suoi occhi non possono non vedere, per fermare questo seno pagano che si gonfia e tracima abbondante oltre il pudore che ora massale. Ma il suo sguardo non mi dà tregua, sincunea laddove non mi sento difese e certezze, e quasi mistiga a spianargli la strada, allungando il percorso dove la trama di nylon si fa pelle e bisogno di carezze che contro corrente arrivino dove un prete finora non sè mai inoltrato. E le sue parole decise e taglienti si fanno certezza e minvadono lanima e mi soddisfano il corpo. Ed entrano ed escono a loro piacimento, come in una stanza dalbergo, allontanando il bisogno concreto di mare e tramonto, di scorte e provviste per la notte che incombe. E mi parla dritto negli occhi, più dritto di un sesso di maschio in controluce sul muro, che ti soddisfa e te ne fa chiedere ancora, ed affoga nel mare dei sensi dove ragione non può respirare. E mi infila senza sbafarmi il contorno di labbra, senza chiedermi di calare mutande che comunque non porto, senza spiegazzare la camicetta di seta, come mai era successo finora quando di dentro trattenevo calore come provvista di legna con linverno alle porte. La fermata di Ostia oramai è passata da tempo, come la mia voglia che sotto la gonna sè esaurita strada facendo, lascolto soltanto e soltanto vorrei che continuasse a parlare. A riempire di benessere e daffetto, di trascendenza ed assoluto, quel vuoto che altri finora mavevano soltanto cercato in mezzo alle cosce.
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Le spogliarelliste non possono dedurre dalle tasse il costo dell'operazione per maggiorare il seno. Il tribunale di Stoccolma è giunto a questa conclusione. Dopo tre anni di battaglie legali, una spogliarellista che aveva detratto dalla sua cartella delle tasse 26.000 corone, circa 3.000 euro, spesi per una plastica al seno, è stata condannata a pagare. Il tribunale non ha riconosciuto che l'operazione al seno fosse necessaria all'esercizio della sua professione. La donna, una svedese di 25 anni, il cui nome non è stato rivelato per privacy, sosteneva che la forma e le dimensioni del suo seno fossero di fondamentale importanza per esercitare con successo il mestiere di spogliarellista. Quando, nel 1999, detrasse le spese dell'operazione chirurgica dalle tasse, l'ufficio del fisco rifiutò di accettare la riduzione. La ragazza ricorse allora al tribunale ordinario. Dopo tre anni la sentenza le ha dato torto. La corte ha ritenuto che si tratti di una spesa di carattere privato e non commerciale. L'avvocato della giovane donna ha fatto osservare che chi lavora nel mondo dello spettacolo può dedurre dalle tasse interventi di carattere estetico. Al contrario, la sua cliente non ha ottenuto alcun beneficio privato dall'operazione di maggiorazione del seno. Il legale, in una conferenza stampa, ha ipotizzato che i giudici non abbiano visto di buon occhio il lavoro della sua cliente. Si presume che la spogliarellista ricorrerà in appello.
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