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16.04.05

A cena in un locale

Cosa ci faccio davvero dentro questo locale soffuso? Seduta sopra questa sedia di stoffa salmone, che avrà ospitato mogli senza mutande ed amanti scomparse prima di finire in un letto d’albergo. Davanti a queste parole sussurrate con un filo di fiato, che hanno lo stesso gusto di un antipasto all’aceto, cerco di non pensare a quello che tra poco m’aspetta, a quello che nell’aria tutti e due respiriamo.

Cosa ci faccio dentro questo ristorante accanto ad un cameriere che mi sta servendo un filetto di cernia? Di fronte c’è un uomo che appena conosco, che un’amica comune ci ha presentati da appena tre giorni. Mi guarda e sorride come se già ci fosse un’intesa, come se l’avermi strappato un invito gli dia l’assenso di scrutarmi nel fondo degli occhi. Tra poco mi parlerà di sua moglie, che se non fosse per sua figlia chissà in quale volo di gabbiani potrei vederlo planare, ed invece mi è qui di fronte che muove la bocca, le mani da amante perfetto, che delicato stringe un calice pieno come se fosse una tetta. Tra qualche minuto naufragherà nei miei occhi e ci vedrà acqua marina, fiumi di vita che attraversano deserti. Continuerà imperterrito ad elogiarmi, fino a farmi domandare per quale diavolo di motivo stasera ho preferito questa finta commedia, a qualcuno che quando mi guarda non ci vede nemmeno un canale di Ostia. Eppure da tre giorni aspettavo solo che mi chiamasse, avevo già deciso il vestito, la gonna senza dare nell’occhio, il posto lungo le scale dove avrei tolto la sottogonna, slacciato un bottone della camicetta di seta, per essere all’altezza del ruolo che questa sera, la prima, non mi facesse pentire di non aver osato abbastanza. Perché altre volte è successo e Cecilia dice che non c’è altra cura di uno sguardo che penetra, che questa noia nella pelle e nel cuore si abbatte soltanto col desiderio di un uomo. A quest’ora mio marito avrà già spento la luce, ma tanto so già che non dorme, che m’aspetta sveglio ogni volta che esco. M’immagina in un cinema o in un pub con la mia amica Cecilia, a parlare di cose di donne, mentre io sono qui a farmi guardare il merletto del reggiseno che esce, che vezzoso traspare dentro questa serata che ancora non ha avuto un inizio. Lui mi fissa l’incavo facendo finta di guardare nel vuoto, ma lo vedo che è gonfio di voglia, almeno di sapere se i miei capezzoli sono grandi, se sono chiari come un ciuccio coperto di zucchero a velo. Eccolo, ora poggia la mano sul tavolo sperando di incontrare la mia, tutto in maniera fortuita, lasciando al caso il contatto di pelle che non compromette nessuno.

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Ma io perché sono uscita? Perché dovrei stringere questa mano che chiede? Perché dovrei guardarlo negli occhi e confondere intimità che gelosa riparo, che gelosa trattengo, perché i dubbi d’essere nel posto sbagliato sono ancora più vivi, di qualsiasi disillusione che sento ogni giorno nel cuore. Lo lascio con la mano in attesa e m’alzo per andare in bagno. Ecco ora mi starà vedendo da dietro, di fianco, sicura che apprezzerà questo spacco che lacera in due la gonna e i suoi occhi che finti guardano il piatto. Di sicuro avrà notato il ricamo che fa bordo alla mia calza, che fino all’ultimo in dubbio mi sembrava inadatta, ma davanti allo specchio volevo essere bella, femmina come da tempo non mi sono sentita, amante che cura il dettaglio, contro l’altra me stessa che passa le sere in tuta o in pigiama. Dentro questo bagno minuscolo mi domando qual è il punto, il limite dove voglio arrivare, ma poi non rispondo e mi rifaccio il trucco, rimarco il contorno di labbra per farle apparire più grandi e più gonfie, per dare una riposta netta ai miei dubbi, alla mia coscienza che per scaricarsi ogni peso vorrebbe addirittura chiamare casa e dirgli di non preoccuparsi, che Cecilia è vicino e ci stiamo divertendo. Ma io non mi sto divertendo! E poi cosa gli dico? Che un uomo che lui non conosce mi aspetta voglioso dentro una saletta appartata che sa di segreto e proibito, che non ci vuole poi molto a pensare che siamo due amanti, che lui è gonfio di voglia perché ha visto uno spicchio di calza, che io mi spalmo rossetto dandogli un segno, un limite dove può inoltrarsi, dove sono disponibile a cedere senza far la figura d’una puttana qualunque. Torno al tavolo e quella mano non ha cambiato di posto, è più vogliosa e più rossa, al cospetto di chi imprudente s’è rifatta il trucco tra il pesce e la frutta. Ecco tra poco mi dirà che m’ha sempre sognata, che da tre giorni non dorme, mentre la sua mano aperta sta gridando in attesa, che aspetta almeno il mio fiato per stringersi a pugno. Devo decidere, poggio il bicchiere vicino alla sua mano senza toccarla, finché i nostri indici si sfiorano, i nostri medi si toccano ed i pollici si incatenano.

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Non riesco a guardarlo, forse già mi pensa nuda nel letto, in qualche albergo qui vicino che di sicuro conosce. Forse mi pensa vestita, distesa che aspetto, o in piedi con la gonna arrotolata ai fianchi, sbattuta contro uno zoccolo di muro che sarà la sua passione, la soddisfazione del suo ardore che ora sento attraverso un dito, una mano che non mi lascerà per tutta la cena. Mi parla della sua villa in mezzo ad un parco d’olivi, dei suo tre pastori tedeschi e della cagna bastarda che ha partorito da poco. Ripenso a Cecilia: “Almeno ricchi, se d’altro non potremo mai sperare!” La sua mano trema, avverto un fremito nato distante, è evidente che sta pensando ad altro, a come spartire intimità e convinzione che una donna a quest’ora è solo da letto e questo spacco che vede non può che finire in una voglia che s’apre, che aspetta. Forse sta pensando che l’ha presa troppo lontana, che magari avrebbe potuto saltare il ristorante, la cena e queste parole smielate che ritardano il momento preciso d’allungare la mano. Fanno perdere tempo alla voglia che autonoma s’ingrossa nella certezza che una donna come me non scopa da tempo e non vede l’ora che ci portino il conto. Le sue dita mi bucano la pelle, le sento, vorrebbero stare da qualche altra parte, sfiorare il bianco del mio merletto, il nero del mio nylon che ora sfacciato si mostra. Lo sento, ora davvero manca niente, toccare di gusto una donna sposata, toccargli lentamente il calore tra le gambe che s’accavallano poco convinte, mentre guarda gli occhi che si fanno più bianchi, guarda l’indecenza di darsi vedendo mano mano il contegno che cala, l’aria da signora per bene che rimane un ricordo come l’antipasto d’aceto o i discorsi per dire sui pastori tedeschi. Lo vedo che pensa, che si domanda di nuovo quando ho fatto l’amore l’ultima volta. E come, e dove l’ho fatto. Dentro un letto di casa o una macchina in pieno parcheggio sotto il sole d’agosto. Se rimango fredda in attesa o scollego il cervello, se mi piace annusare il piacere che cola e nel mentre mi faccio sussurrare cagna bastarda come il suo cane nel parco d’olivi.

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Eccola quella mano! Nessuna ragione può più trattenerla, perché il desiderio diventa una sfida e sbaraglia la stoffa come se fosse un velo gonfiato dal vento. Magari sta pensano se offro me stessa ovunque l’aggrada, la parte dove un uomo impazzisce e, chissà per quale ragione, la desidera per sentirsi più maschio. Eccola che risale la gamba, premurosa si ferma e poi riparte decisa, stringendo la pelle per sentirla più soda, per misurare il tempo che manca alla meta che non può più essere distante. Mi domando perché ora non lo fermo, perché lo lascio pensare che sta accarezzando una preda dove s’accomodano uomini diversi perché gli è andato a genio il contorno. Il cameriere ci guarda ed io mi sento a disagio. Perché poi mai? In fin dei conti era quello che volevo, farmi sbrindellare mutande da una mano infuocata, farmi cercare nel punto dove da mesi non sento carezze, come se qui, in questo momento, stessi proseguendo il mio sogno ricorrente. Sorrido pensando che ne sono ancora capace, mi chiedo quale molla l’abbia fatto scattare, quale dettaglio gli abbia permesso di non avere timore, lo spacco della gonna o il reggiseno imbottito, le mie labbra più gonfie o semplicemente che sono sposata. Questa mano che sento non ha morale né legge, eccola la sento, ormai davvero manca un nonnulla, con l’altra parla, fuma e mi versa del vino, con gli occhi m’ascolta perché io continuo a parlare di Cecilia, dei suoi tanti uomini, dei suoi tanti problemi. Ma credo che io sia l’unico problema! Cosa ci faccio con questo sudore straniero tra le mie cosce, lui insiste e mi fa voglia, per un attimo desiste e spero che non fugga, per un attimo si ferma e spero che non torni all’assalto di queste flebili resistenze che lui neanche avverte. Perché sono mie, sono dentro, sono tra l’anima e la pelle, sono tra la ragione e mio marito che ora avrà spento la luce, che ora mi starà pensando dentro una leggera premura che s’ingrandirà con le ore. Sapesse invece cosa c’è tra le mie gambe, una mano d’un altro, ossessiva e padrona, che il cameriere non vede, che mi scava e mi ripulisce da questo velo di polvere che nel tempo si è fatto imene.

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Sentii pian piano che la punta del suo fallo sfiorava le labbra della mia calda vulva, lo faceva apposta, non voleva penetrarmi ancora e infatti dopo poco scese con la sua bocca sul mio ventre, baciò il mio ventre e i suoi baci ora non erano più violenti ma presero ad essere dolci e caldi, le sue labbra umide scivolavano intorno al mio ombelico e pian piano scendeva sempre piu giù, si soffermò a lungo intorno alle mie cosce dopodichè cominciò a passare la sua morbida lingua intorno alle labbra calde del mio sesso in fremente attesa di essere appagato dal desiderio.. continuò con la sua lingua intorno al mio clitoride e poi ancora baci forti su ciò che per un attimo avevo pensato non lo eccitasse e non gli bastasse più.. ma l'eccitazione ora era talmente forte da non poter pensare altro che a lui e a quanto lo potessi amare. Si accorse che quello era il momento giusto, così risalì in fretta il mio corpo e prese a penetrarmi con dei colpi a tratti forti e decisi e a tratti molto lenti, si eresse dinanzi a me e prese le mie caviglie fra le mani, si portò i miei piedi alla bocca e prese a succhiarli con una passionalità infinita.. smise senza lasciare le mie caviglie e ricominciò a penetrarmi sempre più forte. Sentii che non mi era rimasto ancora molto tempo, ma lui continuava ad un ritmo che toglieva il respiro. Fu l'orgasmo più bello e lungo che potessi immaginare e mentre esalavo gli ultimi gemiti di piacere lo vidi stendersi dolcemente su di me e sentii il mio ventre diventare caldo e riempirsi del suo seme. Ci addormentammo nudi da lì a poco in un caldo e tenero abbraccio fino al mattino seguente. Non parlammo mai più di quello che io avevo scoperto su di lui e nemmeno di quell'intensa e stupenda notte d'amore passata insieme. Nel silenzio dei suoi gesti di quella notte c'era una spiegazione che valeva molto più di mille domande che avrei potuto fargli e di mille risposte che avrebbe potuto darmi. Capii che il nostro amore e la nostra intesa amorosa andavano oltre quelle due righe fredde e anonime che oramai non avevano più senso nè valore sia per me che per lui. Ci accordammo per la mattina successiva. Quella notte fu lunghissima; dormii male, non potevo fare a meno di pensare al momento in cui saremmo rimasti da soli in casa sua. Ma conclusi che non dovevo farmi illusioni, dopotutto quella situazione poteva tranquillamente risolversi con un favore di buon vicinato. La mattina successiva mi presentai con la dovuta attrezzatura, mi accolse con un sorriso solare e mi chiese se prendevo un caffè; mi girò le spalle per prepararlo, e i miei occhi percorsero la sua figura lentamente, soffermandosi su ogni elemento che rendeva quella donna irresistibile. Bevvi il caffè e mi misi all'opera, quel lavoretto per me era un gioco e ci impiegai ben poco. La tenda, accuratamente stirata, era distesa sul divano; le offrii il mio aiuto per montarla e lo accettò, ringraziandomi con uno dei suoi splendidi sorrisi.Una pulitina veloce e fummo pronti a concludere l'opera.

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Postato da Stilo il 11:00 | Commenti (0)

03.04.05

Il Rapimento

Lo so che lì c’è il mare, lo sento questo rumore continuo, di fiotti e risucchi strascicati, che ti mettono ansia perché non arriva mai la fine, come quando non riesci ad inghiottire e ritenti e gioisci come se avessi vinto qualcosa.

Lo so che lì c’è il mare, la sento quest’umidità salata che m’infiamma le ossa e m’arriccia i capelli, e non oso guardarmi allo specchio, semmai c’è ne fosse uno, semmai potessi vedermi attraverso quest’oscurità che non mi dà dimensione e mi fa paura, come se si congiungesse al rumore del mare che ora sento più forte. Non riesco ad immaginare che ora di qualsiasi giorno possa essere, e riesco perfino a ridere di me stessa pensando a cosa mi potrebbe servire saperlo, a quanto sia inutile calarmi in un punto preciso del tempo e domandarmi dove mi potrebbe portare il pensiero di sapere che sono le cinque di un giorno feriale. Tanto tra poco s’aprirà quella porta e l’odore stagnante di muffa circolerà rinvigorito e più forte, sulla mia pelle e su queste mattonelle che non vedo, ma al tatto non sono più sporche dei palmi delle mie mani. Tra poco s’aprirà quella porta e mi trancerà la notte dal giorno, ieri da oggi e così via fino a credere superati questi pensieri che ora sono tutto il mio avere. E ricomincerò daccapo pensando al passato quello che ora dico al presente, ma il ricordo, quello vero, che mi vedeva altrove, lontano da questi ragni che mi camminano addosso e mi fanno la tela, si fa sempre più flebile come la mia voce che non sento da giorni. Non ho più niente, neanche un paio di mutande che ora sarebbero un tesoro, o che so io, una lametta che faccia mostrare le mie gambe decenti a quest’uomo che a breve mi porterà pane ed olive. Sempre le stesse, lo stesso sapore, come se fossero quelle di ieri, mangiate e rimesse. E berrò senza vergogna da quella brocca di ferro e di ruggine, che se potessi almeno vedere, giuro che, mi farebbe schifo solo a prenderla in mano. M’ha promesso che tra un giorno qualunque, quando neanche me l’aspetto, mi porterà una zuppa di ceci e fagioli, che oramai non ricordo più il gusto, il sapore, che i miei sensi hanno cancellato come fare l’amore o che so io, farmi una doccia bollente quando fuori c’è neve. Ma non ricordo se fuori c’è inverno o un sole che picchia e crepa la terra, non ricordo se sono venuta fin qui coperta di lana o con qualche maglietta sbracciata che m’ingrossa le tette e mi fa sentire guardata. Ma sento freddo, quel freddo di brividi che ti coglie indifesa quando sei sola, e s’infila padrone nelle parti più intime del corpo gelando cuore e polmoni. Sembra passata un’eternità da quel giorno maledetto e forse sarà trascorsa davvero, a giudicare dalle tante domande a cui non ho dato risposta; non ho dato il minimo senso per pensarle di nuovo.

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Quest’odore di rosmarino mi dà nausea, ma alle volte penso che potrebbe essere qualsiasi odore, magari di penicillina e d’infezione o uno dei tanti profumi sul davanzale del bagno che custodivo gelosa e ne facevo collezione. Ma tutto è successo senza rendermene conto e senza per questo pensare che non sia accaduto, che queste sono solo le mie lenzuola sudate dall’ansia, che ora mi alzo e vado in cucina a prepararmi un caffè che ne ho tanto bisogno. Ma le sento davvero queste voci, come mi pare d’udire un sibilo di vento simile a zanzare fastidiose di notte, come mi pare di sentire la voce di un ragazzino che gioca sul pavimento all’ingresso. Ma se mi concentro sento la voce distorta dell’altra me stessa, che di là in cucina pulisce cicoria e s’affatica attorno a quei pomelli opachi della sala da pranzo. La sento la voce, ora sempre più intensa, che grida perché non può più accettare d’essere trascurata per ogni giorno che passa, di sentirsi femmina solo perché porta una gonna ed ogni tanto si trucca occhi e concetti perché non ha nient’altro da fare. E sento quel pianto che, come ora silente, mi bagna la faccia e segue remissivo le rughe del viso fino a posarsi negli angoli della bocca, fino a ridarmi equilibrio e coraggio di subire un altro giorno che nasce, fino a ridarmi la forza per distinguere questo rumore di mare. Ma ora non ho paura di stropicciarmi la faccia, perché da quando m’hanno rapita ho smesso di essere bella, ho smesso di credere che ogni uomo che passa rallenti il suo passo per vedermi ancora un istante. E mi domando quante amiche avevo al momento, quanti compleanni ho saltato senza fare gli auguri, e quante colleghe mi stanno cercando. Vorrei tanto sapere come passavo il mio tempo, se per caso avevo un lavoro o che cosa facevo alle sei di sera invece di guardare il tramonto. Il mio guardiano m’ha promesso di portarmi uno specchio, mi basterebbe un vetro tagliato per riflettermi contro e immaginarmi davanti ai miei tanti cassetti a scegliere secondo il programma mutande e colore. Ma non mi lasciano nulla, neanche la brocca dell’acqua, neanche un paio di forbicine per rifarmi le unghie e togliermi queste fastidiose pellicine che non mi fanno dormire. E’ strano come la mia mente sia in grado di ricordare perfettamente ogni merletto, ogni cappello risposto in armadio ed aver cancellato tutto il resto, tutto ciò che, secondo coscienza, varrebbe la pena vivere.

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E mi sforzo di pensare ad un uomo, ad un figlio, una casa. Se solo potessi vedere sul muro i contorni della mia ombra, m’aiuterebbe a ricordare chi sono, basterebbe uno straccio di luce per darmi una faccia, un’altezza, un carattere e da lì non ci vorrebbe che niente ricordare il motivo che m’ha relegata qui dentro, inghiottita da questa oscurità dove i ragni continuano a farmi la tela intorno ai miei polsi fasciati. Ma non sono catene, non ho ferri attorno alle caviglie o lenzuola che mi tengono stretta, neanche un bavaglio per tacere. E mi chiedo perché non urlo, perché non m’alzo e scappo da quella porta e perché rimango paziente ad attendere il mio guardiano che ogni sera m’accarezza i capelli e mi ripete che manca poco, che è solo questione di volontà. E mi si mette qui accanto e mi parla a bassa voce, non tenta mai d’approfittarsi del mio seno, che comunque non vede, ma che è a portata di mano. Alle volte mi viene il dubbio d’essere ancora bella, o che quest’uomo, che non salta una sera, non sia un guardiano. Ha un’aria così familiare, come se l’avessi odorato da sempre, come se la forma della mia faccia fosse adatta e perfetta alle sue carezze, alle sue mani che non stringono, ma rimangono leggere e sospese come se avesse timore di farmi dolore. Non mi parla mai di riscatto, non mi tiene al corrente se qualche rata è già stata pagata, anche se so che è questo il motivo e solo per quei maledetti soldi mi porta pane e olive e forse una zuppa di ceci. E mi domando quanto ricca potrei mai essere, per essere stata rapita e portata quassù in questo posto senza tempo e senza vita. Non riesco a farmene ragione che sia veramente questo il motivo, e che la mia memoria si sia eclissata per qualche spavento. Ma io mi sento tranquilla, come se fuori ci fosse tempesta e mi copro con il lenzuolo fino alla testa per non vedere la luce, per sentirmi protetta. Sicuramente m’avranno preso con la forza ed avrò sbattuto la testa, magari m’avranno addormentato ed avrò fatto un interminabile viaggio rannicchiata dentro un cofano di macchina. Magari mio marito sarà in pena incollato vicino ad un telefono che non squilla, o magari sono sola e nessuno mi sta cercando. Magari, magari, ma non ho certezze, neanche uno sparuto ricordo; se stavo tornando a casa, andando da un medico o, che so io, dentro un letto d’ospedale… Sicuramente sarò stata rapita ed aspetto stasera il mio guardiano che mi porterà una zuppa calda di ceci e magari mi dà la buona notizia che qualcuno ha pagato il riscatto.

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Amore Perverso ad una festa strana, c’è molta gente che conosco, ma non m’importa, la mascherina e i capelli acconciati diversamente rendono dubbia la mia identità. Non che m’importi molto di nascondermi, ma è per proteggere qualcuno… Mi butto in mezzo alla pista, dove i giovani scatenati si sballano aiutandosi con alcol e fumo. Ballo anche io, lasciandomi trascinare dalle note di qua e di là. La birra mi fa girare un po’ la testa, ma è l’unica cosa che ho trovato che mi permetta di avere più coraggio e di farmi restare in piedi. Mi trovo a ballare in mezzo a un gruppo di ragazzi che si strusciano su di me, ma io li scosto. E poi d’improvviso appari tu. Sulle note di una musica etno ti avvicini e mi saluti. Io ti conosco, ti ho riconosciuto e forse era proprio te che ho sempre cercato dall’inizio della serata o della vita…tu non mi hai riconosciuto, ma anche tu mi cercavi senza saperlo da quando sei nata. Iniziamo a ballare, la musica ci avvicina e i ragazzi fanno cerchio intorno a noi per vederci mentre ci stringiamo sempre più, le mani che scorrono sul corpo e lo sguardo che corre dentro agli occhi. Bella…sei bella sotto la luce offuscata del pub. È un lento che ci fa abbracciare dolcemente, quella dolcezza mai trovata in mani maschili sul mio corpo; non esiste nulla intorno a noi, non la folla che balla e non i ragazzi che ci guardano eccitati, solo noi e la musica. Le mani sul corpo e il respiro sul collo tra i capelli, tra il profumo lieve che inebria più dell’alcol, tra l’abbraccio che mi stringe il collo e la pelle rosea della guancia che sfiora la mia. Le mie mani sui fianchi accarezzano la seta della tua camicia, e più sotto la seta della tua pelle e le curve dolci che si disegnano da sé, senza bisogno di guardarle. Il tuo seno aderisce al mio, il tuo ventre respira con me intimamente; sento le tue labbra sfiorare la mia pelle, ti volti verso il mio sguardo che era celato fin ora dal velo delle palpebre e mi parli. Non so come posso udirti tanto chiaramente tra le note e gli urli della folla, probabilmente ti leggo sulle labbra o negli occhi ciò che dici. Sussurri appena “come ti chiami?”. Non te lo dirò, non posso dirtelo, ti deve prendere il mio sguardo e il mio tocco, non il mio nome. Sorrido appena, alzando un sopraciglio e il tuo respiro si fa più vicino, anima tra le labbra discoste che sanno lievemente di birra. Ti bacio. Mi baci. È un attimo chiudere gli occhi e trovarsi nei tuoi, le labbra rosee e tiepide premute sulle mie, la tua lingua che cerca la mia bocca e si insinua tra le mie labbra violandole con forza; la folla di ragazzi si è fatta più compatta e urla sempre più parole sconce, ma non scalfiscono il nostro piccolo universo di lingue che si intrecciano.

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