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La stanza sotterranea

Il Padrone aprì la vecchia porta di legno, ed clara vide all’interno il preludio di ciò che l’aspettava.
Una scala di pietra con i gradini consumati dal tempo, scendeva verso l’ignoto, ogni 5 gradini c’era una piccola candela rossa accesa, sembrava la discesa verso l’inferno, la perdizione… ma anche verso il paradiso.
“Entra” disse lui, il tono del Padrone non ammetteva repliche, clara mise il piede sul primo gradino, esitò, pensando a ciò che l’aspettava, poi, con movimenti lenti e circospetti, iniziò la discesa.

Il botto della porta contro lo stipite fu come il sigillo della sua condanna, una condanna fatta di umiliazione e di piacere, clara si voltò, giusto in tempo per vedere il Padrone che chiudeva un pesante chiavistello di ferro, e vi apponeva un lucchetto.
Serrando in lucchetto il Padrone si voltò verso di lei, regalandole un sorriso maligno come a voler intendere “Adesso non puoi più tornare indietro”

Il cuore cominciò a batterle forte, alla fine della scala c’era una stanza buia col pavimento di terra battuta, le alte mura di pietra dei sotterranei del vecchio castello e un altra porta chiusa dinnanzi a chissà quali altre paure.
“apri la porta” le intimò il Padrone e clara ubbidì.

Era una piccola segreta medievale, usata per chissà quali tristi e ingiuste carcerazioni nei secoli bui, quando il maniero era giovane.
Un giaciglio in pietra, una sola candela in un angolo del pavimento. Due corde munite di piccolo cappio penzolavano dal soffitto, appese a due occhielli arrugginiti. Il Padrone la osservava a braccia conserte.
“Spogliati”
clara si tolse il vestito nero aderente che il Padrone le aveva ordinato di indossare prima dell’incontro.
“Togliti tutto, resta in perizoma e stivali” ordinò lui.
clara Obbedì.

Sentiva il freddo che la avvolgeva, ma il calore che cominciava a salirle tra le cosce la protesse.
clara indugiò “Senti, io non sono più tanto sicura…”

Non fece in tempo a finire la frase, perchè il ceffone del Padrone gliela strappò dalla bocca. Lui la prese per i capelli, avvicinando i due visi: “senti troietta, non sono sceso nella mia camera dei giochi per sentire le lamentele di una stronza indecisa”

Il Padrone le abbassò la testa, e con la mano libera prese a sculacciarla con una forza inaudita.
clara mugolò, pianse, mentre il Padrone le urlava tra un colpo e l’altro:
“Chi è il tuo Padrone, troia?”
“Tu! TU! PIETA’!!!” era la sua puntuale risposta.

Il calore delle sue natiche percosse si unì a quello della sua figa ormai fradicia, risalì per la spina dorsale, diventò fuoco quando il Padrone le prese le braccia e gliele unì dietro la schiena per tenerle i polsi con una mano sola, mentre con l’altra finiva di dissacrare le sue chiappe ormai rosse di dolore e vergogna.

“Bene,vedo che cominci a capire.E chi è la mia schiava cagna e sottomessa?”
“Io, IO PADRONE!”
L’ammissione di sottomissione pose fine alla punizione e inizio al vero gioco.

“Alzati” impose lui.
clara si alzò, e si asciugò le prime lacrime con la mano destra ormai libera.
Il Padrone le prese il polso sinistro e lo mise in uno dei cappi, e così fece con il destro.
Poi strinse, clara era ormai appesa come una vera schiava, in piedi sui tacchi degli stivali, con le braccia in alto e la schiena rivolta al Padrone.
Il Padrone le strappo in un istante il perizoma.
Sentì il fiato del Padrone sul collo.

Sentì le sue mani che la palpavano in modo osceno, le strizzavano le tette, i capezzoli, le titillavano il grilletto. Si sentiva ormai una creatura senza volontà propria, spettatrice impotente della sua stessa depravazione.
“Dimmi che sei la mia troia” sbottò il Padrone.
“Sono la tua troia!” una voce proveniente da molto lontano rispose.
clara la riconobbe a stento come la propria.
Il Padrone ora le stava leccando il collo, poi la sua lingua umida discese la spina dorsale, mentre le mani impietose strizzavano le chiappe, allargandole, rinnovando il dolore delle percosse appena subite.
Il Padrone le leccò il culo con passione e violenza, mordicchiando le chiappe di tanto in tanto. Il dolore e la paura si sciolsero in un istante in un lunghissimo momento di intimo calore, di sconcio piacere.

Ma fu solo un breve spiraglio di luce nel buio, perchè subitò sentì la cappella gonfia del Padrone che si faceva strada tra le chiappe aperte.
Non fece in tempo a sentirlo spingere sull’orifizio che il Padrone con un colpo secco la inculò, spingendo la prima pompata fino in fondo.
Il dolore fu lancinante, ma fece cadere quell’ultimo barlume di contatto con la normale realtà.

Ora clara si vedeva dall’esterno, si vedeva come realmente era,una lurida scrofa legata in piedi con un maiale superdotato che le stava stantuffando il culo. Fu solo una fugace visione, subito si ritrovò nel suo corpo,con le spinte di lui che si facevano più forti e frequenti, mentre il dolore si mischiava a quel profondo e proibito piacere che aveva sempre cercato.
Il Padrone le ordino di spingere di più le chiappe durante gli affondi, lei rispondeva “sì Padrone” ad ogni richiesta,con voce flebile e meccanica, resa tremolante dai mugolii.

L’inculata parve lunghissima, ormai il normale corso del tempo era stato distorto da questa fantasia reale che insieme avevano creato.
Lui le sciolse i polsi.

Lei abbassò le braccia, e lui uscì, ma il sollievo fu di breve durata, perchè subito lui le ordinò di inginocchiarsi, sottolineando il comando prendendole la testa da dietro per i capelli.

Non appena il suo cazzo le premette contro le labbra clara aprì la bocca, servizievole. Ormai era sua, succhiò con una passione e una riconoscenza mai provata, gustando la carne al ritmo imposto dal Padrone.

Il Padrone la stava scopando in bocca, usandola come più gli aggradava, questo pensierò la fece sentire troia come non mai.

Il Padrone a questo punto la fece alzare e la stese sul giaciglio di pietra, pancia all’aria, tenendole le gambe per le caviglie bene aperte, un guizzo e il suo cazzo duro la sfondò di nuovo, senza dolore, ormai rimpiazzato dal solo piacere.

Il Padrone le ordinò di masturbarsi mentre veniva inculata, e ogni tanto le prendeva la mano e succhiava i suoi umori dalle dita, o le dava una piccola sberla, o le strizzava capezzoli e cosce.

“Brava puttana, ti meritì un premio” Il Padrone si abbassò su di lei, i due corpi sudati e caldi scivolavano su e giù uno sull’altro mentre il Padrone con una mano le prese la bocca dalle guance aprendola, per poi baciarla muovendo la lingua con un ritmo simile a quello delle pompate che la stavano oscenamente sfondando.

In quel momento clara venne a ripetizione, con spasmi che la lasciavano esausta e intontita.

Continuarono per ore, finchè il Padrone uscì da lei, si sedette sulla sua faccia e la obbligò a leccargli il buco del culo.
Dopo pochi secondi l’umiliazione fu completa perchè il Padrone si girò e le mise il cazzone in gola giusto il tempo per inondarla di sperma.

“Bevi tutto,troia” fu il suo congedo.
clara ingoiò il suo sperma, e questo le provocò l’ultimo orgasmo.

Dopo pochi minuti si erano già docciati e rivestiti nel bagno della piccola stanzetta da cui erano scesi. Lui la riaccompagnò alla macchina, e la salutò con un tenero bacio.
“Padrone, la prego, mi dica che mi riceverà ancora” disse lei, implorante.

Il Padrone la guardò con il suo sgauardo dolce e bastardo insieme… Quello sguardo la faceva impazzire e dopo un interminabile secondo, disse: “Abbiamo appena cominciato”

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