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la prova della schiava

La prova della schiava

Ormai era più di un anno che il Padrone si occupava di me, periodo nel quale mi ero rafforzata sia fisicamente che mentalmente, non ero più la donna insicura di un tempo, ero diventata orgogliosa di me stessa, anche se solo tra quelle mura, mi sentivo la donna più bella del mondo.

Non mi importava di uscire, mi bastava la sua approvazione per essere felice, ma lui aveva deciso che era ora di presentarmi in società, così quel giorno mi disse che saremmo usciti, mi avrebbe portata a cena con amici e poi saremmo andati in un locale.

Ero emozionata, non stavo nella pelle, lo avrei accompagnato ufficialmente, come se fossimo una coppia, almeno questo era quello che pensavo… sbagliando.
Per tutto il giorno mi preparai alla serata, volevo risultare perfetta quando mi avrebbe sottoposta all’ispezione, mi ero lavata con cura e depilata ogni centimetro di pelle, le creme mi avevano reso la pelle di velluto, indossai l’ abito più bello, un lungo vestito nero che mi fasciava le curve, aperto sulla schiena, una bellissima schiena come diceva lui, lo spacco laterale lasciava vedere tutta la gamba ad ogni passo, indossai i suoi sandali preferiti, mi guardai allo specchio e mi trovai bella, salvo per il decoltè che purtroppo era sempre rimasto scarso con la mia misera seconda, però pensai che se mi aveva scelta forse a lui piaceva così e forte di questo pensiero mi avviai nel salone ad attenderlo.

Stavo in piedi al centro del salone, le mani dietro la schiena, lo sguardo basso, come voleva lui, attendevo che arrivasse, mi avrebbe trovata bellissima e non vedevo l’ora che vedesse quanto mi ero impegnata per lui.

Sentii i passi scendere la scala, lo sentii avvicinarsi, il cuore mi batteva forte, mi annusò i capelli, mi girò attorno controllandomi in ogni parte, infilò una mano in mezzo alle gambe trovandomi liscia ed eccitata.

“Vedo che ti sei impegnata per questa uscita, sei davvero bellissima, peccato che il tuo impegno non serva a niente, non penserai che ti porti fuori vestita in questo modo vero?”
Le sue parole mi ferirono come pugnali nello stomaco, non capivo dove avevo sbagliato, ripassai mentalmente tutti i passaggi della preparazione, non avevo tralasciato nulla ne ero sicura eppure lui aveva detto che non ero adatta, entrai nel panico al pensiero che non mi avrebbe portata con lui.

Chiamò Luisa, la domestica, le parlò piano in disparte e non riuscii a sentire ciò che le diceva, Luisa mi accompagnò di sopra mi fece spogliare e mi fece indossare un altro abito, decisamente meno elegante del precedente, mi guardai allo specchio e rimasi scioccata, vedevo riflessa una prostituta da strada. Era un abito molto corto, interamente di pizzo che non copriva del tutto le mie natiche che sporgevano volgarmente e il mio seno era del tutto in vista tranne che per dei ricami proprio all’altezza dei capezzoli, per il resto era del tutto trasparente e non lasciava nulla all’immaginazione.

Mi vergognai subito di me stessa, non volevo uscire in quelle condizioni, mi avrebbero guardata tutti e avrebbero pensato molto male di me. Purtroppo era la settimana del silenzio e non potevo parlare per nessun motivo, nemmeno per piangere potevo emettere suono, pena punizioni tremende.

Fui fatta scendere nuovamente nel salone dove lui mi aspettava, appena mi vide sorrise in modo compiaciuto, “Adesso si che sei perfetta per ciò che ti attende, non avrai mica pensato che ti presentassi in modo diverso da quello che sei vero?”

Mi si riempirono gli occhi di lacrime e iniziai a piangere senza che riuscissi a controllarmi, per tutta reazione lui mi assestò un sonoro schiaffo, il trucco aveva iniziato a colarmi lungo le guance, ero una maschera.
“Vedi che sei solo un essere inutile? non hai imparato niente di quello che ti ho insegnato, smettila di frignare subito altrimenti torni in cantina e non esci mai più.”

Sapevo che non scherzava, non faceva mai minacce a vuoto, era una cosa che avevo imparato subito questa perciò mi sforzai di smettere.
“Brava, così mi piaci, però ormai il danno è fatto e non c’è piu’ tempo per rimediare perciò uscirai così.”

Mi prese sotto braccio e uscimmo di casa ma invece di dirigerci all automobile mi sospinse dalla parte opposta.
“Andremo a piedi, il posto non è distante e voglio che tutti vedano che razza di cagna sei.”

Detto questo mi lasciò indietro. Camminavo dietro di lui, cercando di non guardare ne a destra ne a sinistra, mi sentivo nuda, in effetti lo ero e le persone che frequentavano il centro alle sei di sera erano parecchie, mi sentivo gli sguardi addosso, qualcuno cominciò a seguirci, in prossimità di un incrocio una donna si mise a fotografarmi col telefonino, la sentii dire a qualcuno che era con lei che una maiaila così non l’aveva mai vista, mi sentivo umiliata, vergognosa, avrei voluto correre a nascondermi invece continuavo a camminare dietro il mio padrone perchè lui voleva così, ero la sua cagna e non gli avrei disobbedito.

Arrivammo davanti ad un edificio imponente, sembrava un collegio o un convento disabitato, non c’erano luci ne rumori e mi domandai dove fossero le persone con cui dovevamo vederci. Non suonò il campanello ma entrò direttamente, mi fece attendere in ginocchio davanti alla porta, doveva vedere se il padrone di casa mi accettava oppure no.

Attesi qualche minuto finchè non si avvicinò un uomo, avevo gli occhi bassi e gli vedevo solo le scarpe, erano nuove, odoravano di pelle, perfettamente lucide e pulite. Mi mise un piede davanti alla faccia e io tirai fuori subito la lingua e iniziai a leccare le scarpe come avevo imparato, senza tralasciare nemmeno un millimetro.
“Alzati!”
Mi sentii prendere per i capelli e mi alzaii senza opporre resistenza, mi trovai di fronte un uomo sulla sessantina molto alto e grosso, non era grasso era proprio un omone enorme, mi teneva per i capelli e mi guardava in faccia, dovevo essere un mostro a quel punto con il trucco sfatto e il viso paonazzo dalla vergogna, abbassai lo sguardo.

“E’ un pò mal messa ma penso che possiamo comunque usarla per stasera, per tua fortuna gli ospiti di stasera non son molto esigenti, hanno solo voglia di divertirsi, non gli interessa chi è il giocattolo di turno.”
“Bene” disse il mio padrone “Se le cose stanno così penso proprio che non resteranno delusi”.

Mi portarono dentro, man mano che camminavamo le luci si accendevano e spegnevano e notai che tutte le finestre erano coperte da pesanti tendoni che non lasciavano uscire la luce.
Scendemmo una scala in pietra e mi ritrovai in un salone enorme, le pareti erano rivestite in legno così come il pavimento, al centro un grande tavolo in legno attorno a cui sedevano circa dieci persone, uomini e donne, appena entrammo il brusio dei discorsi si interruppe immediatamente, tutti si rivolsero verso di noi e mi ritrovai al centro della loro attenzione.

“Bene signori, questo è il vostro giocattolo di stasera gentilmente offerto dal mio amico quì presente. Ha deciso di farci questa donazione affinchè la sua schiava sia messa alla prova, vuole testare la sua effettiva resistenza agli stress per capire se può esser degna di rimanere con lui, perciò non risparmiatele nulla mi raccomando tirate fuori le vostre fantasie più perverse e rendetele reali”

Il mio cuore si era fermato per qualche attimo quando avevo sentito quelle parole, la paura mi assalì, paura che lui mi abbandonasse, paura di quello che mi avrebbero fatto, paura di non farcela.

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