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caldo di settempre

Il caldo di settembre

In genere a Settembre il caldo appare sotto mentite spoglie, mite e stimolante, se paragonato ai precedenti mesi più torridi, è come un invito ad abbracciarlo, a lasciarsi andare dentro le sue spire, fino a soffocarsi.

Dal mare salgono rumori rilassanti, umidità, sapore di salsedine, come attenuati dalla distanza, accompagnati da un alito di vento che culla, lieve e giocoso. Non sono le condizioni migliori per potersi concentrare nello studio. Mancano pochi giorni all’inizio della sessione autunnale. Come ogni anno, è il periodo più duro per riprendere l’attività. Nei miei occhi c’è ancora il mare di Grecia, tre settimane libere e spensierate nel paradiso dei sensi. Ora, la mia casa al mare, seppur sontuosa, a picco un Tirreno ancora piuttosto popolato di turisti ritardatari, mi sembra una miniatura. Clima, turisti, spirito vacanziero, tutto si è rimpicciolito a una dimensione provinciale, casalinga. Ma tant’è. Il senso del dovere è sempre stato radicato nel profondo e anche stavolta mi ha richiamato all’ordine.

Ho invitato Martina per un breve periodo di ripasso; non avrei potuto sopportare settecento pagine di Economia Internazionale in perfetta solitudine. Studiamo verso il tardo pomeriggio e di mattina presto, dedicando le ore più calde agli ultimi bagni di sole o a qualche riposante incursione in spiaggia per riposarci languidamente. I nostri bioritmi sono piuttosto sballati. Non rinunciamo a uscire la sera, senza obiettivi precisi. I nostri ragazzi ci sorvegliano come sanno fare loro, pensando che questo possa servire a condizionarci, senza rendersi conto che noi facciamo quello che vogliamo, comunque, come ogni ragazza che si rispetti. Abbiamo Deciso di dormire nella camera dei miei, per evitare di perder tempo a rifare più letti e a pulire più stanze. Siamo qui da due giorni e tutto quello che abbiamo lasciato, l’afa metropolitana, il traffico e i veleni, le nostre vite quotidiane che stentano a riprendere i ritmi originari, sembra appartenere a un altro mondo, corrotto, alieno; la nostra somiglia a una fuga, un’ultima fuga prima dell’arrivo del freddo.
E’ pomeriggio. Il tempo stringe, per cui ci siamo immerse di buona lena nei nostri libri, sul terrazzo che si affaccia verso il mare. Il caldo ha iniziato a darci tregua, la giornata è stupenda. L’aria tersa e limpida come può esserlo solo in questa stagione. Ci mettiamo i costumi e posizioniamo le sdraio. Con la massima naturalezza Martina rimane in topless, mettendo in mostra un’abbronzatura superba, quasi integrale, con un leggero segno più chiaro in corrispondenza del seno. Anche per lei tre settimane di mare, in Calabria, in compagnia del suo Matteo, il qua! le a quanto pare non vedeva di buon occhio che lei mostrasse le sue grazie ai bagnanti. Ma lei, certamente non si farebbe mettere i piedi in testa da nessuno, abituata com’è a dettar legge e stabilire le condizioni entro cui vivere i suoi rapporti. Martina è diventata una delle mie migliore amiche in università. Ci siamo conosciute all’inizio del terzo anno e ci siamo piaciute subito, è nata una sorta di amicizia spontanea, non molto comune tra ragazze.

Ci unisce una sorta di cameratismo ‘maschile’, fatto di disponibilità, attenzione, divertimento e rispetto. Non c’è quasi competizione, entrambe primeggiamo tra le amiche della compagnia in quanto a fascino e attrattive, e ne siamo pienamente consapevoli. Poco prima dell’estate ci siamo avvicinate ancor di più, frequentandoci anche al di fuori della sfera universitaria, scambiandoci confidenze ed intimità, scherzando su Matteo e Alessandro, i nostri attuali ragazzi, e su quelli precedenti, sulla loro immaturità. Più che altro è lei a insistere sui particolari più personali, senza però andare oltre limiti ben definiti dal cosiddetto senso del pudore. A volte vorrei sentirla più vicina; ho un carattere molto più insicuro di quello che vorrei far credere e mi capita di desiderare qualcuno con cui aprirmi totalmente e a cui affidarmi, senza la minima paura di essere giudicata.

Stiamo ripassando i modelli base per la determinazione del tasso di cambio, un argomento tra i più ardui del programma, ma la voce musicale di Martina dà quasi l’impressione che stia leggendo una favola o recitando una poesia. Ha la rara capacità di collegare tutti gli elementi di un discorso in maniera armoniosa, sorridendo spesso e aiutandosi con i gesti. Parla con naturalezza e proprietà di linguaggio, senza mai interrompersi o annoiarsi, sicura di sé, sempre e comunque. Mi è piaciuto da subito questo suo atteggiamento e mi sono sempre ripromessa di prendere esempio da lei, sotto questo e altri aspetti. Per un momento la mia mente si astrae, si allontana dal contingente e inizia a vagare. Mi ritrovo quasi senza rendermene conto a guardarla, come giovane donna, non come amica. E’ la prima volta che la considero sotto questo punto di vista, e la cosa mi mette disagio e mi diverte in maniera sottile, inspiegabile.

Mi sforzo di guardarla con occhi nuovi, come la guarderebbe il suo ragazzo o una persona comune che la osserva passare per strada, non più come amica. La sua nudità mi turba, anche se fatico a capire esattamente per quale motivo. Ho avuto numerose occasioni di vederla in slip e reggiseno, ma non le ho mai visto i seni nudi. Ascoltando la sua dissertazione mi accomodo meglio e la guardo bene, cercando di farmi notare il meno possibile. Ha un viso molto bello; lo sapevo, ma non avevo mai notato certi particolari, come gli zigomi alti che le regalano un’espressione sensuale e superba al tempo stesso. E’ mora, gli occhi verdi le illuminano il viso scurito dal sole come due! pietre luminose. Vedo le sue labbra carnose, regolari; mentre parla registro l’immagine della sua dentatura perfetta, bianchissima. Osservo il collo sottile, delicato, le spalle atletiche, ben proporzionate. Mi rendo conto che il mio sguardo tarda a scendere, come se volessi tergiversare evitando di soffermarmi sui seni, come se qualcosa mi fermasse. Voglio fare in modo che non veda dov’è diretto il mio sguardo, non devo far trasparire nulla o me ne vergognerei come una ladra colta in flagrante. Si china appena, prende il libro per verificare un grafico sul testo.

Il mio sguardo si posa subito sul suo seno. E’ sodo, prominente, compatto, come un frutto maturo, ‘pronto per essere colto’, penso: una terza abbondante, forse una quarta (la mia invidia punge, non posso fare a meno di confrontarlo con la mia seconda misura), con le areole rosa scuro in rilievo e i capezzoli appiattiti, più coloriti della superficie circostante. Martina ricomincia da dove si era interrotta, dopo aver! verificato il dubbio. Distolgo rapidamente lo sguardo, accennando un sorriso. Mi sento leggermente accaldata, il respiro ha subìto un’accelerazione lieve ma percepibile distintamente nel mio petto: ma cosa mi sta succedendo? Tengo gli occhi incollati alle labbra di Martina, non ho il coraggio di guardarmi i seni. Sono certa che i capezzoli spingono duri contro il tessuto, mi sembra di sentirli con chiarezza. Piano piano recupero la tranquillità, sperando che lei non se ne sia accorta per nulla… Fortunatamente è il mio turno di essere interrogata. I sistemi finanziari e la crisi del debito riescono a farmi concentrare su altri pensieri, distraendomi da quella situazione certamente imbarazzante, carica d’ansia e di turbamento, che si era venuta a creare contro la mia volontà. In breve tutto è dimenticato.Verso le sette e trenta facciamo una pausa. Il sole è ancora caldo.

Ci adagiamo di schiena sulle sdraio, a occhi chiusi, morbidamente abbandonate al suo abbraccio, con la radio accesa e una caraffa di aranciata fresca di fianco. Non posso fare a meno di ripensare con un certo malessere a quanto è successo prima. Come mai ero così turbata? Da cosa dipendeva quella sottile, insinuante sensazione di ansia che mi bloccava il fiato e aumentava il battito cardiaco? Qualcosa di mentale senza dubbio, magari passeggero, indegno di essere preso in considerazione, ma al tempo stesso stupefacente, per gli effetti palpabili che mi avevano quasi stordito… Giro il viso verso Silvia, distesa con un’espressione rilassata, il suo volto girato verso di me. Con gli occhi socchiusi la guardo. Di nuovo quella sensazione si insinua in me, lentamente. E’ proprio una bella ragazza, apparentemente senza difetti. I grossi seni le ricadono mollemente di lato. Il mio sguardo è come calamitato dai suoi capezzoli. Le cosce sono sode, appena separate, sembrano intagliate nel legno. Gli slip presentano un leggero rigonfiamento in prossimità del pube. Il cuore inizia a pulsarmi sempre più rapidamente, come un martello pneumatico.

Mi ritrovo ad immaginarla completamente nuda, senza volerlo; fantastico sull’aspetto delle sue labbra; saranno nascoste da una peluria folta o ben curate, con un ciuffettino appena sopra la fessura, come le mie? Gonfie, lisce, rosate o più scure, tendenti al marroncino? E Il clitoride, pronunciato, esposto oppure appena accennato? Quando si masturba si accarezza il clitoride o si infila le dita fino in fondo? La mente vola, scatenata, ogni immagine ne suggerisce un’altra più audace, e poi un’altra ancora senza soluzione di continuità. I pensieri si susseguono, si accavallano, si rincorrono. Il calore aiuta a intorpidire le sensazioni, a renderle prive di contorni, come se fossero distaccate dal corpo, autonome. I miei capezzoli sono turgidi, premono contro il tessuto, mi sento di nuovo accalorata, umida tra le cosce… Riesco di nuovo a rientrare in me, ma non è facile scacciare i fantasmi quando ormai si sono insediati nella psiche. Di colpo, mi alzo, si è fatto tardi. Dico a Martina di continuare pure a prendere il sole, che io faccio una doccia e poi preparo qualcosa da mangiare. Lei annuisce, senza aprire gli occhi, abbandonata languidamente sulla sdraio in preda a chissà quali pensieri. Entro in bagno, chiudo la porta; mi guardo allo specchio. Forse non è così eclatante ma, per me che ne sono consapevole, l’eccitazione traspare dai lineamenti del mio viso.
Slaccio il reggiseno del costume. I seni si sono induriti, i capezzoli spuntano fuori, turgidi, quasi dolenti. Li sfioro appena con le dita procurandomi un sottile piacere. Le domande si accavallano nella mia mente, mentre le risposte sfuggono via come carta nel vento, senza che sia possibile fermarle e dare loro una forma precisa, certa. Mi guardo allo specchio, tentando di rilassarmi. Sono una ragazza molto carina, non c’è dubbio. Piaccio. Piacciono i miei capelli biondi e lucenti, il mio viso fresco, acqua e sapone, il mio fondoschiena, leggermente formoso, che fa impazzire così tanto Alessandro. I miei seni sono ben delineati e prominenti, seppur non troppo grandi, proporzionati al mio aspetto generale, sportivo, dinamico e scattante. Li sfioro più volte, immaginando che le mani che vedo riflesse nello specchio siano di un altra persona, Alessandro, un estraneo… ma l’immagine che continua a ritornare è la sua, Martina sdraiata sotto il sole, Martina che mi si avvicina, dietro le spalle, lascia scivolare le braccia intorno a me, mi accarezza con regolarità, dolce e ferma. Ho socchiuso gli occhi, sento dei fremiti invadermi. Le mie mani abbassano il costume, piano, con circospezione. Il tessuto si arrotola. Quando il tassello bianco di protezione si stacca dall’incavo del pube vedo una macchia umida e filamentosa. Sono inequivocabilmente bagnata. Il corpo ha di nuovo reagito con forza all’attività della mia mente. Il mio indice sinistro scende quasi meccanicamente, sfiora le labbra, raccoglie una leggera bava biancastra.

Ora sono nuda, pronta per mettermi sotto la doccia. Il getto freddo, rinfrescante mi riporta istantaneamente alla realtà. Lascio che l’acqua scorra su tutto il corpo, voglio ‘purificarmi’ e ritornare ‘quella di primà perchè i miei pensieri ultimamente hanno prodotto sensazioni così forti e contrastanti da stordirmi. Prevale ancora il senso del timore e della vergogna. Mi strofino con delicatezza, soffermandomi sui seni, sul ventre, indugiando all’altezza dei peli pubici, come se volessi rinnegare il mio stesso corpo, ripulirmi dalle prove tangibili delle sue reazioni improvvise, potenti, ma al contrario la stimolazione provoca un effetto dirompente, di sbalorditiva eccitazione. A quel punto sento aprirsi la porta e la voce di Martina che spalanca l’anta scorrevole della doccia.
“Ah … sei qui!” mi dice, con la massima spontaneità; rimango di sasso, irrigidita a causa di quella intrusione, impreparata come sono; è la prima volta che mi vede completamente nuda, ma sembra non notarlo, come se fosse abituata.

“Sai, sono cotta”, continua, “troppo sole! mi faccio una bella doccia anch’io, poi”. Quindi si dirige verso il water. I miei occhi restano incollati al movimento agile delle sue lunghe gambe, all’attaccatura delle natiche, forti e piene, messe ancor più in evidenza dal costume che le è rientrato in parte nel solco. Sfila gli slip, mentre io distolgo lo sguardo, si siede sulla tazza. Sento gorgogliare la pipì. I miei capezzoli sono lunghi e duri come due chiodi; se ne sarà accorta? Dopotutto, anche se fosse, può sempre attribuirlo all’acqua gelida della doccia. Il suo essere nuda, il suo fare pipì con tanta naturalezza in un certo senso mi eccita, mi d! a un senso di familiarità, di protezione e di intimità, che da quando siamo qui al mare si è ancor più consolidato. Sono emozioni troppo intense, mi spaventano. Cerco di lavarmi in fretta per uscire da questa situazione di grande imbarazzo e turbamento. Esco dalla doccia, in parte ricomposta, mentre Martina rientra dalla porta con l’accappatoio su una spalla, tutta nuda e sorridente, ed entra in doccia. Evito di guardarla agendo con la massima naturalezza possibile; è uno sforzo notevole, bisogna riconoscerlo. Mi dirigo verso lo specchio per sistemarmi e asciugarmi i capelli. Davanti al water sono rimaste le mutandine del costume di Martina, abbandonate, invitanti. Cerco di ignorarle ma la tentazione è troppo forte, e io ormai molto indebolita da quella girandola improvvisa di emozioni che mi confonde e mi stupisce. Mi guardo intorno, ascoltando il getto d’acqua che scorre nella doccia, le prendo in mano furtivamente e le annuso. Sono un po’ sporche, ma impregnate di umori, emettono un odore acre, amarognolo, molto acuto che subito agisce da afrodisiaco per me. Mi sento quasi svenire; mi stacco dall’indumento sentendomi all’improvviso così perversa, ma non riesco a impedirmi di avvicinarmelo di nuovo al volto, mi scopro a strofinarmi contro il tessuto, ‘come una cagna’, penso, inalando quel profumo potentissimo tanto da farmi piegare le gambe. Poi di colpo capisco la gravità della situazione. Lasciò cadere gli slip, prendo il phon e la spazzola e scappo via di corsa in camera, tesissima, infuriata contro me stessa, contro Martina, non so neppure contro chi o contro cosa. Nelle ore successive riesco ad essere la più naturale possibile. Preparo da mangiare, riordino, e ci rimettiamo a studiare.

Martina non sembra essersi accorta di nulla. Io sono la solita Sofia, sorridente e scherzosa, con la battuta pronta, sempre pronta a sdrammatizzare. Ad ogni istante, però, sento come un’onda che cresce dentro, non riesco a non pensare a lei in quella nuova luce per più di pochi minuti di seguito, al suo corpo pulito e liscio, a quando, stanotte, dormirà al mio fianco. Verso mezzanotte decidiamo di interrompere lo studio e di andare a letto. La finestra è socchiusa, solo un leggero lenzuolo ci ripara dal fresco quasi impercettibile della notte marina; ci siamo infilate, sotto le coperte, io come sempre in slip e maglietta, mentre Martina oltre agli slip indossa la sua vezzosa camiciola da notte che le arriva fino a metà coscia. Il televisore è acceso, proprio di fronte al letto. Martina manovra il telecomando, fa zapping tra i vari canali, districandosi tra telegiornali, televendite di tappeti e gioielli, commedie insulse.

“Per i programmatori dei palinsesti è ancora estate!” commento, facendo sorridere Martina. Ad un certo punto si sofferma su un canale che trasmette dei brevi spot di videocassette erotiche.
“Bello… lascio qui?” domanda Martina, in tono tutt’altro che serio.
“Certo, lascia… così imparo qualcosa” le butto lì a mia volta scherzosamente, fingendo interesse. Osserviamo le immagini, tutte e due incuriosite e all’inizio piuttosto! a disagio, ma Martina non cambia canale. Guardiamo la televisione senza più ridere. Il silenzio rassicurante che ci circonda é interrotto solo dai gemiti provenienti dal piccolo schermo, inframmezzati dai soliti commenti di circostanza della pornoattrice di turno, ora in veste di venditrice del prodotto. Siamo comodamente sedute, la schiena appoggiata alla testiera del letto, molto vicine. Posso sentire distintamente il calore della sua pelle, il suo respiro regolare. A mano a mano che le scene si susseguono avverto l’eccitazione crescere dentro di me e dilagare indisturbata. Nel silenzio ripenso al pomeriggio, a quanto è successo in bagno, a come mi sono sentita strana e turbata. Non mi sento più legata dai preconcetti e dall’educazione che era stata responsabile delle mie inibizioni. E’ come una nuova libertà, quella che sento d’improvviso crescermi dentro, unita alla spudoratezza, alla voglia di osare e mettermi in gioco. Al tempo stesso non posso certo cambiare inclinazioni caratteriali in pochi minuti. Aspetterò di essere guidata da Martina dove lei vorrà condurmi. Cominciamo a muoverci nervosamente nel letto, a cambiare impercettibilmente posizione, sempre in silenzio, senza staccare gli occhi dallo schermo.

Le scene non sono particolarmente spinte, ma lo è certamente l’elaborazione che ne fa ciascuna di noi. L’eccitazione e l’imbarazzo si fanno palpabili, non abbiamo il coraggio di guardarci in faccia né di parlare. Le immagini si interrompono, rispunta fuori la presentatrice del programma, esageratamente artificiosa, nella voce, nell’abbigliamento e nel trucco. Martina prende a imitarla:
“Veniteci a trovare, bei maschietti, e portatevi dietro le vostre signorine porcelline…”; scoppiamo a ridere rumorosamente, rompendo il filo di tensione che si era forzatamente creato in quelle circostanze. Le immagini riprendono con una nuova videocassetta. Un attore sta sodomizzando una giovane messa in posizione sottomessa, a quattro zampe, la quale sembra gradire il trattamento.

“Tu … lo hai mai fatto?”, mi chiede Silvia senza guardarmi, rapita dalla scena, con voce tremolante. “No, mai… troppo male… e tu?” chiedo a mia volta, cogliendo il significato di quella conversazione.
“L’ho fatto la prima volta con Matteo” replica, “pochi mesi fa… è stato doloroso, sai, lui è ben fornito là sotto… e da allora replichiamo ogni volta che possiamo… lui lo adora… e come senti” aggiunge sogghignando riferendosi alle grida di piacere che provengono dalla televisione,
“non è poi tanto brutto…”. Mi sento colta in contropiede, non mi sarei aspettata una risposta del genere.
“Io e Alessandro abbiamo provato, ma sento troppo dolore”, replico senza riflettere troppo, mentendo. In realtà ho tentato di stimolarmi da sola, ma non ho voglia di sentirmi in inferiorità rispetto a Martina, quanto ad esperienza; non voglio essere considerata come una ragazzina alle prime armi. Ma la conversazione è avviata ormai, e su un soggetto molto personale e intimo; Di fatto Martina ha dato il via, mi ha imbeccato, e devo riflettere su come comportarmi. Dopotutto non ho la minima idea di ciò che voglio, se restare sul generico o spingere più in là, se parlarle a viso aperto delle mie reazioni o tenerle per me. In fondo, cosa voglio realmente? Come faccio a saperlo se provo emozioni così contrastanti, estreme e opposte, se voglio forzare i miei stessi confini e nello stesso tempo evitare passi falsi per non compromettere la nostra preziosa amicizia? E lei, lei cosa starà pensando? Si troverà nel m! io stesso stato oppure vuole semplicemente discutere di faccende personali con una persona che comunque è destinata a restare un’amica e null’altro? Mentre faccio tutte queste elucubrazioni Martina mi precede:
“Non lo hai mai neanche pensato… immaginato… o fatto… da sola…” riprende, mentre nel frattempo si è voltata verso di me e mi guarda in faccia, senza pudore, cercando di capire se può ottenere complicità o meno. Spostandosi per parlarmi ha avvicinato il suo corpo ancora di più al mio. Il lenzuolo é sceso di qualche centimetro, si intravede la parte superiore del seno dalla scollatura; la guardo ostentatamente come ipnotizzata dalla sua pelle. Il suo sguardo segue la direzione presa dal mio. Ora il suo seno si solleva ad ogni respiro, e i respiri sono sempre più frequenti e accorciati. Sotto la camicia si può indovinare la forma del capezzolo, che aderisce e sembra quasi voler bucare il tessuto, per trovare spazio ulteriore, per meglio indurirsi e allungarsi. Abbandono ogni indugio, mi giro anche io verso di lei, sfiorando le sue gambe con le mie e lasciando scivolare un pochino il lenzuolo, poi la guardo negli occhi. Ed è in questo momento, me ne resi conto poi, che decido di giocare, con le sue regole, con la volontà di andare fino in fondo.

“Si… qualche volta ho fantasticato” le dico senza abbassare lo sguardo, e ho anche provato… da sola… con le dita… mi è piaciuto, lì è molto sensibile, sai?”. Martina ascolta con attenzione, beve le mie parole, esamina ogni mia reazione, ma non mi sento disturbata, al contrario. Nessuna delle due abbassa lo sguardo, nessuna delle due si è mai trovata in una situazione del genere, ma né io né lei abbiamo voglia di rinunciare, di troncare la discussione. Gli ansimi ed i gemiti provenienti dalla tv contribuiscono ad accrescere la mia eccitazione di fronte a una situazione voluta e desiderata da entrambe, senza equivoci.

“Che caldo che fa!” sbotta Martina, poi si volta dall’altro lato, in uno strano atteggiamento pudico, e si toglie la camicia, restando in slip.
“Sì, proprio vero”, replico dopo un breve istante, e la imito mentre è ancora girata. Allarmata, non posso che prendere atto del turgore dei miei capezzoli. Sullo schermo, ora, c’è una scena lesbica con due giovani donne allacciate e ansimanti. Tutte e due ci voltiamo verso lo schermo. Entrambe nascondiamo le mani sotto le lenzuola. Con movimenti estremamente lenti porto la mia mano destra sotto le mutandine. Per non farmi scoprire non mi accarezzo, premo soltanto con il palmo sul rigonfiamento delle labbra, che sento bollenti. Una vampata mi arrossa il viso.
“Lo hai fatto anche oggi?” mi chiede puntandomi gli occhi addosso, “quando eri in doccia?”
“Ma cosa dici? Certo che no!”, le rispondo secca e irritata forse oltre il necessario, restituendole l’occhiata, ma subito dopo non riesco più a reggere i suoi sguardi inquisitori e inizio a vagare altrove con lo sguardo. Dovrei dirle la pura e semplice verità, ma non sono ancora pronta; le parole non escono, prigioniere della mia autocensura.
“Scusami allora… non volevo metterti in imbarazzo… è tutta colpa mia, forse mi sbagliavo” riprende Martina, sinceramente pentita. Mi commuove quasi, la sua insicurezza, mi rendo conto che anche per lei sta accadendo qualcosa nei confronti della quale è inesperta, impreparata; stiamo attraversando entrambe un terreno minato ed è giusto che anch’io faccia la mia parte, senza tirarmi indietro. E’ il suo atteggiamento incerto, per la prima volta forse, ad agire come una chiave che scardina le mie inibizioni.

Finalmente mi decido a giocare a carte scoperte, senza più mentire o tacere. Per rispetto e lealtà nei suoi confronti, e forse ancor prima nei miei.

“Scusami tu, sono una stupida… non l’ho fatto ma ne avevo l’intenzione, sì… avrei voluto farlo, stavo iniziando… quando sei entrata tu…”.
“Ti ho vista sai, oggi” mi interrompe “come mi guardavi i seni … in terrazza, come mi sbirciavi di soppiatto. Sono riuscita a non fartelo capire per non farti smettere, mi lusingava … anzi, mi piaceva. Quando sei andata a fare la doccia ho pensato che fossi andata a masturbarti…” ecco, la prima parola diretta, esplicita, un’altra barriera crollata;
“ho aspettato un po’ in terrazza e poi ti ho raggiunta… eri tutta rossa, imbarazzata… con i capezzoli turgidi… sai, ho fatto apposta a spogliarmi per fare pipì”. Che imbarazzo, dio mio… non riesco a credere di essere stata così ingenua da farmi scoprire in flagrante. Mi vergogno da morire.
“Ma io credevo…” riesco a farfugliare, “credevo che non te ne fossi accorta… dei capezzoli”.
“Sofia… non dire così” replica, “nuda sei bellissima… ti giuro… sei così… eccitante…”. Non so più che fare. La mia mano preme sempre più forte. Mi sento invadere da un calore incredibile. Io le piaccio, continuo a ripetermelo, e nello stesso tempo mi rendo conto che anche gli ultimi ostacoli stanno crollando. Siamo vicine, la mia coscia sinistra è a contatto con la sua, le gambe si toccano, ne percepisco la pelle serica, tiepida. Ho voglia di toccarla, di abbracciarla e di sentire tutto il suo corpo aderire al mio, ma non oso farlo, mi mancano le forze.
“Vuoi… vuoi vedermi ancora nuda… tutta nuda…vero?” le chiedo retoricamente e, senza aspettare la sua risposta, scosto lentamente il lenzuolo. Il mio corpo appare, scoprendo in parte anche il suo. Con due dita si sta trastullando un capezzolo già turgido e, quando finisco di scoprirmi, lei nota la mia mano dentro le mutandine, a palmo aperto.
“Ecco… ti prego, guardami…” sussurro in preda all’eccitazione.
“Sì… Sofia, ti sto guardando” articola Martina, con un filo di voce;
“sei stupenda, Sofia”. Con la mano libera sposto definitivamente le lenzuola ed ora i nostri corpi emergono seminudi, al di fuori di un paio di leggerissime mutandine. I suoi capezzoli sono duri, eretti, turgidi, svettanti su due seni rigonfi, traboccanti, imperiosi. Martina li sfiora con le dita muovendole in circolo, li stimola, li torce dolcemente. Provo l’istinto insopprimibile di affondarci il viso e strofinarmi, succhiarli avidamente, come una bimba. Le sue cosce si aprono impercettibilmente, palpitando di voluttà.

“Dio, Martina… che voglia che ho…”.
“Anch’io … anche io ho voglia… tanta voglia…”.
Non ho il coraggio di levarmi le mutandine, anche se la mia mano continua a premere senza sosta sul pube, in attesa. In attesa che qualcosa succeda. E’ ancora lei la prima a rompere il silenzio.
“Vuoi… vuoi vedermi tutta nuda? … vuoi che mi tolga le mutandine… per te …?”
“Oh sì… sì, ti prego… fallo… fallo… fatti vedere tutta nuda”.

Mi sento un braciere sul volto, un senso di stordimento, come se fossi stata drogata. Con mosse di sapiente lentezza, Martina si piega col busto in avanti. Si muove sinuosa e, per lunghi istanti, i miei occhi sono riempiti dalla sua carne bruna e luminosa. I seni si appoggiano ai femori, i muscoli si tendono in prossimità delle reni, delle cosce sode e ben formate. Vorrei sfiorarle, toccarle, risalirle in un lungo e dolcissimo percorso sino alla rosea conchiglia. Ma non oso. E mi accontento di riempirmi gli occhi di lei. Si solleva sulla schiena, inarcandosi. Abbassa lentamente gli slip di due o tre centimetri, quanto basta per far apparire il primo accenno di peluria, senza staccarmi gli occhi di dosso, come una spogliarellista consumata. Si ferma. Si dondola un po’ ma non abbassa di un solo centimetro gli slip. Ansima anche lei. Geme. Mi guarda negli occhi con uno sguardo carico di libidine, mi fissa e io le restituisco l’occhiata. Finché lei riprende:
“Vuoi che vada avanti?”.
“Sì… oh sì… ti prego…”.
“Vuoi… vuoi vederla? La vuoi vedere, vero…?”
“Sì, la voglio vedere… per favore…”.
“Cosa? Cosa vuoi vedere…? Dimmelo… dillo!”
“Voglio… voglio vederti tutta nuda… ti prego!”
“No! Sofia, devi dirlo… voglio sentirtelo dire… dimmi cosa vuoi vedere… dillo…”.
“Fammi vedere la figa… la tua figa, Martina… la tua figa… la tua figa…”.
Continuo a ripetere quella parola oscena sottovoce buttando fuori tutte le tensioni accumulate fino a quel momento. Le tempie mi martellano, il respiro quasi mi manca. E Martina, piano, si sfila gli slip, scoprendo le sue nudità. La vulva è rigonfia, pulsante, con le labbra semi aperte, ben depilata ai lati e sovrastata da un ciuffetto di peli. Solleva una gamba e si piega verso di me, offrendomi una visione completa; le labbra si schiudono ulteriormente, scoprendo il clitoride rossiccio, eretto, scappucciato.

“Ora tocca a te…”, mormora. Sempre fissando le sue labbra gonfie mi levo gli slip anche io, con una mano luccicante di succo. La peluria chiara del mio pube è già umida, i peli si sono arricciati. Ora siamo l’una di fronte all’altra, in posizioni analoghe, come due specchi gemelli. Nude, aperte. Dalla sua fessura cola un liquido meno denso, più trasparente delle mie secrezioni abituali. Lo noto perché ora sta uscendo abbondante, scendendo lungo il perineo, fin quasi al lenzuolo. Nessuna delle due parla. Nessuna delle due tocca o semplicemente sfiora l’altra.
“Oggi hai preso le mie mutandine, vero?” riprende lei in tono di rimprovero. Rimango di nuovo colpita e sorpresa; quasi mi leggesse nel pensiero, continua
“Le ho ritrovate ben ripiegate in un punto diverso da dove le avevo lasciate… sai, il pensiero che le avessi prese mi ha fatto quasi svenire di voglia…”.
“E’ stato più forte di me… volevo sentirti… sapere che profumo hai… ubriacarmi di te…”.
“E adesso vuoi… vuoi sentire ancora il mio sapore?” mi dice, offrendomi la sua biancheria, mettendomela sotto il naso come per anestetizzarmi. E io mi ci tuffo con tutto il volto, aspiro con foga, mi inebrio a lungo nei suoi afrori, dove le secrezioni si mescolano al profumo di pesca del suo bagnoschiuma. Ho voglia di leccare le mutandine, di essere invasa da lei. E’ troppo. Mi viene da piangere all’improvviso, inizio a singhiozzare balbettando:
“Oh Martina, dio mio… sono così confusa!” Non capisco più chi sono, dove mi trovo, cosa voglio veramente. E’ come se la mente non riuscisse a reggere una successione così potente di emozioni. Martina si mostra comprensiva e affettuosa. Si avvicina fin quasi ad abbracciarmi. Le nostre cosce si toccano, la sua sopra la mia, roventi. Il suo seno è attaccato al mio, sento i suoi capezzoli duri, pungenti, e ne resto quasi impressionata, attonita. Martina mi accarezza il viso con delicatezza, scende dietro, nei capelli, sulla nuca sussurrandomi:
“Va tutto bene, Sofia… rilassati”; le sue mani così leggere lasciano una scia infuocata, le sue parole sono pugnalate per le mie orecchie. Mi risuona nel cervello la sua voce, sempre più calda e sensuale. Chiudo gli occhi, affondo in un mare di sensazioni contrastanti tra le quali primeggia la percezione di un piacere lontano, diverso. Spero che mi si faccia ancor più vicina, sempre di più, ne sento il bisogno, fisico, impellente. Allargo le gambe quasi inconsapevolmente, in una posa oscena. Ma lei si ferma, a lungo, continuando ad accarezzarmi e a guardarmi, tutta nuda, quasi totalmente arresa.

“Non hai mai visto una ragazza masturbarsi, vero?” riprende.
“No… ma una volta… mentre Alessandro mi chiavava con furia, da dietro… ho immaginato una ragazza che si stava masturbando davanti a me… per me… perchè le facevo venire voglia… e ho raggiunto un orgasmo dirompente…”.

“Dio, Sofia… come mi sarebbe piaciuto essere lì, davanti a te, a guardarti… davvero, sarei impazzita di piacere… senti, ti piacerebbe che io mi toccassi di fronte a te, non è vero?” dice, con la voce che le è salita di tono alla fine, tradendo una specie di parossismo, di urgenza. Sono impietrita, di colpo incapace di articolare parola. Faccio cenno di sì, con la testa, e mi sento le gote in fiamme, un bollore insopportabile mi percorre dalla testa ai piedi. Ma Martina non cede, mi sussurra nell’orecchio, con una voce arrochita dal piacere:
“Dimmelo, dai… dimmi che lo vuoi, vuoi che mi masturbi per te… come nella tua fantasia… vuoi che mi apra la figa davanti a te, che lecchi i miei stessi umori, che mi sditalini per te…”. Ogni parola è una stilettata nella carne. La sua voce mi sta facendo crollare ogni muro dentro. Sento la mie parole sussurrate, come se le dicesse un altra persona:
“Si… ti prego… fallo per me… davanti a me… ti prego…”. Martina si risistema supina senza togliermi gli occhi di dosso neppure per un momento; comincia ad accarezzarsi il corpo con voluttà. Le sue mani lo percorrono più volte, lente all’esasperazione. Si palpa i seni gonfi, deformandoli. Li stringe, li soppesa. Si accarezza i fianchi, la pancia, le cosce. E’ uno spettacolo sublime di cui non perdo neppure un frammento.

Il suo corpo è scosso da brividi fulminanti, ricoperto da una patina di sudore e dalla pelle d’oca. Le sue mani esplorano senza sosta ogni centimetro della sua pelle in un movimento continuo, ora leggero ora più marcato, sempre incessante. Si sentono solo i suoi sospiri prolungati. Allargo di nuovo le gambe, mi infilo una mano in mezzo, sfiorandomi le labbra con i polpastrelli. Martina sussurra come fra se, in trance:
“Piano, fai piano… senza fretta… sfiorati su tutto il tuo corpo… cerca di concentrarti solo sulle tue reazioni, come me… impara a sentire le onde che crescono e crescono… dentro di te… lasciati cullare… abbandonati”. Le mie mani scivolano leggere, accarezzandosi le braccia, come in un abbraccio, per rendermi conto di essere davvero io, lì, in quel momento. Mi tocco i seni gonfi, aumentati di volume per la voglia; li modello, mi trastullo i capezzoli tra il pollice e l’indice, poi scendo verso l’ombelico, il ventre, coperti da una sottilissima patina di goccioline di sudore; poi i fianchi, le cosce. Solo ora palpo le carni tumide e gonfie della vulva, mi massaggio le labbra della figa spalancata evitando il clitoride; basta un contatto lievissimo sul bottoncino per farmi trasalire. Mi sfugge dalle labbra un lungo gemito di piacere.

“Così… brava…” mi incita Martina, che nel frattempo si sta soffermando tra le cosce, stimolandosi ‘dietro’ con le sue lunghe dita, sottili e agili:
“mi apro per te… guarda…” e così dicendo spalanca le labbra, mostrando gli umori copiosi che gocciolano fuori; mi perdo tra quelle pieghe turgide e sanguigne; desidero il suo clitoride gonfio! , infiammato. La sua mano destra indugia, posso vederla muoversi, ruotare, come se volesse saggiare la consistenza del suo pertugio più segreto. Non riesco a staccare gli occhi dal quel corpo stupendo, corpo che ha cominciato a vibrare in continuo, con spasmi sempre maggiori. La guardo quasi incredula. Non l’ho mai vista sotto questa luce. E quello che vedo mi manda in estasi. ‘Finalmente anche lei sta cedendo’, penso, mentre lei si volta, sorprendendomi, si alza sulle ginocchia, mostrandomi il culo sodo, la pelle morbida e tesa. Si piega chinandosi davanti ai miei occhi, per darmi la visuale migliore, si porta le due mani sulle chiappe, le sculaccia una, due, tre volte con un secco schiocco, lasciando i segni scuri delle dita sulle chiappe rosee.
Si accarezza il culo per qualche secondo, sensuale, poi comincia ad allargare le chiappe sempre più, lentamente, rivelando il secondo centro del piacere. Il mio sguardo è fisso sulle sue sfere, piene, allettanti. Verso l’interno, una rossa valle sudata al cui centro troneggia la rosa dell’ano e più in basso il taglio verticale, racchiuso tra le pieghe della vagina.

E’ una visione inebriante; il respiro mi si spezza. Martina sta perdendo il controllo:
“Mi apro per te… guardalo… vedi il mio dito…vedi come si muove sul bordo… ti stai eccitando, amore?”. Sì, non posso negarlo. Mi sento ardere, mi fa sussultare il modo con cui il suo buco reagisce al tocco delle dita. Voglio guardare tutto, desidero vedere le sue dita che scompaiono dentro. Quasi mi avesse letto nel pensiero, Martina lo fa, con un colpo secco e un gemito rauco, si ficca dentro due dita:
“Dio che bello… è fantastico… Sofia è fantastico… mi sembra di volare…” quasi urla, voltandosi per cercare i miei occhi, mentre il palmo della sua mano sinistra si strofina sul monte di venere, in movimenti circolari. Il bacino si agita, ondeggia violentemente sotto i diversi stimoli. Lo sfintere si è richiuso serrando le dita in una morsa strettissima. I suoi occhi sono spalancati, l’espressione dell’intero viso imperlato di sudore diventa tremendamente erotica, di totale frenesia. Martina è semplicemente meravigliosa, la lascivia la ! rende simile a una miccia accesa; il suo corpo è preda esclusiva delle emozioni, staccato completamente da ogni freno inibitorio, libero di godere. Improvvisamente la vedo protendere un braccio sul comodino, mi sembra a caso, e agitarlo per cercare qualcosa che subito trova.

Prende il contenitore spray del deodorante, se lo porta dietro il bacino, armeggia per qualche istante intorno al buchetto dal quale ha fatto uscire le dita, mentre sento la sua voce dirmi:
“Guardami amore… mi sento così porca…”, poi un grido rantolante, un’espressione contratta e lussuriosa al tempo stesso, stampata in faccia. Chiudo gli occhi, non so perché; mi viene spontaneo voltarmi, abbassare la testa, imbarazzata, sconvolta. Passano alcuni secondi. Esiste solo il suo respiro spezzato, lamentoso. Quando riapro gli occhi, Martina si è messa di nuovo di fronte a me, sempre inginocchiata sul letto, col busto eretto. Tra le gambe intravedo il cilindro dello spray che le fuoriesce da dietro, dall’ano. Se l’è infilato in un colpo solo, lasciandomi di sasso, attonita, instupidita.

Le sue cosce sono tese intorno al pube per trattenere quel vibratore ! improvvisato, mentre la figa sembra un recipiente crepato, un piccolo otre rigonfio, spaccato, che fatica a contenere il suo liquido. Le labbra sono piene, irrorate di sangue, prominenti; dal bordo inferiore vedo colare in grosse e lente gocce il succo biancastro del piacere, mi sembra di sentirne l’odore pungente invadere la stanza, mischiato a quello della mia figa.

Martina si slarga con decisione le labbra e infila due dita fino al palmo, mentre il pollice sfrega il clitoride:
“Guardami adesso… guarda la tua amica del cuore… come si tocca la figa”, mi grida più forte che può. Sono letteralmente rapita da questo spettacolo, mentre mi strizzo i capezzoli e continuo a toccarmi tra le gambe. Mi sto bagnando sempre più. La figa sta pulsando, come un piccolo cuore impazzito, colando i suoi umori di miele. Il piacere cresce senza sosta, sembra non aver mai fine. Non ho mai provato queste emozioni, neppure nelle mie migliori masturbazioni o durante il sesso con Alessandro.

“Ti piace guardarmi, vero? Mentre faccio le porcate… per te…” mi dice, con parole roche e spezzate. Mi manca la voce, farfuglio:
“Sì, amore… mi ecciti… non fermarti, ti prego…”.
Ci masturbiamo con intensità, spiando i movimenti e l’eccitazione dell’altra. E’ la prima volta che vedo una donna masturbarsi. Ed era la prima volta che lo fa di fronte a me, per me. La carica accumulata per tutto il pomeriggio sta crescendo, come se volesse esplodermi dentro tutta in un colpo. Imito i suoi movimenti esperti, avanti e indietro, ruotando leggermente il polso, mentre il pollice scivola sul clitoride sfregandolo in continuazione. Cerco di trasmettere alle mie dita le informazioni che i miei occhi vedono. Martina si sditalina furiosamente, a un ritmo analogo a quello col quale spinge verso il basso l’oggetto che ha infilato nel culo. La sua base è appoggiata al lenzuolo e lei spinge, come se volesse sedersi sopra, poi, quando lo ha quasi ingoiato completamente, risale e lo espelle dal culo, assaporando tutto il piacere, e il leggero fastidio che quel và e vieni le sta visibilmente provocando. Con la mano sinistra si tortura i capezzoli, davanti ai miei occhi le sue tette sembrano essere ancora più grandi e piene, come scolpite nella roccia.
“Dammi la spazzola… la tua spazzola, quella là, dai…” ansima, con gli occhi velati, indicando l’oggetto sul comodino;
“e adesso infilami il manico… mettimelo dentro, su… voglio godere come una puttana… una puttana in calore…”.
Di nuovo quella sensazione di stordimento folle, mi sento quasi svenire. Qualcosa in me tende a bloccarmi i movimenti, a paralizzare il corpo, mentre il corpo stesso vuole di più, vuole tutto e non lo nasconde; fà male, è come essere dilaniati da forze opposte. Senza smettere di accarezzarmi impugno con decisione la spazzola. Martina mi facilita il compito, allargandosi le labbra con le dita senza smettere di oscillare. Appoggio il manico all’entrata della sua figa, spingo dolcemente, ma senza fermarmi, incitato dalla sua voce:
“Chiavami, dai… tieni fermo quel coso che voglio infilarmelo dentro…”. L’impugnatura penetra facilmente, come se fosse risucchiata da una bocca avida, scomparendo presto fino in fondo alla vagina. Martina sta perdendo il controllo, emette un rumore sordo, quasi disumano. Allarga al massimo le cosce madide di liquido, le sue natiche si contraggono intorno al cilindro che le tormenta il retto. Inizia a maneggiare il manico della spazzola come un’ossessa, lo scuote dentro di sé, lo muove su e giù come se fosse un pene, imbrattandolo subito di secrezioni abbondanti. Si sta impalando da sola, su quei due falli, assaporando ogni goccia di godimento, mentre due dita della mano destra si accaniscono sul clitoride infiammato, vistosamente eccitato e ormai tutto esposto al mio sguardo.

Con la mano sinistra si massaggia il seno, lo schiaccia, lo impasta, pizzica il capezzolo indurito. Mi piacciono da morire le sue grosse tette, mi prende una voglia irrefrenabile di affondarci la faccia e di succhiarle. Martina afferra la mammella sinistra e se la solleva all’altezza del viso. Tira fuori la lingua e inizia a stuzzicarsi il capezzolo, descrivendo con la punta cerchi regolare intorno a! l rilievo dell’areola, poi si concentra sulla punta del capezzolo, slinguazzando con tocchi rapidi e frequenti. Infine se lo prende in bocca per intero, lo ciuccia e lo mordicchia, con l’indecenza di un’attrice porno di fronte al suo pubblico. Le mie mani sono immobili. Trattengo il respiro sfinita, rassegnandomi a quel bombardamento emotivo inaudito. La sinistra è sempre ben piantata tra le gambe, a palmo aperto, quasi si muovesse meccanicamente; la destra sta diteggiando il buco del culo, massaggiandolo con fermezza, anch’essa in piena libertà, come se fossero arti staccati dal controllo del cervello. Decido di infilarmi il dito medio, fino in fondo, preparandomi a un dolore acuto. Lo sfintere si dilata, lasciando entrare il dito, poi si richiude subito, avvolgendolo. Piacevoli scosse si dipartono dal quel nucleo ricco di terminazioni nervose, dandomi un lieve sussulto. Muovo il dito avanti e indietro alternando il movimento a quello delle dita dell’altra mano, che stanno violando la mia figa, talmente dilatata e fradicia da riceverne tre tutte in un colpo; è la prima volta.

‘Mi sento così bene…’, mi scopro a pensare, felice, eccitata, oscena. Escono frasi smozzicate dalle nostre bocche, senza un senso preciso. ! In breve ho voglia di infilarmi un altro dito, mi sento talmente troia. Me lo sbatto dentro senza pensarci troppo, godo della fitta che mi coglie, aumento velocemente il ritmo della masturbazione, senza più inibizioni. Avanziamo insieme, saliamo verso le vette del piacere, all’unisono. Perse nel nostro piccolo mondo, dove il tempo si è fermato, come in sogno. Grosse gocce di sudore imperlano la mia pelle, e quella di Martina. La ricoprono, scendono in rivoli minuscoli dalla fronte sul petto, sul ventre. La nostra resistenza è ormai al limite, la razionalità è del tutto scomparsa; c’è solo istinto animale, incontrollato. Sono gli ultimi attimi prima dell’acme, quando tutto il corpo si prepara a prostrarsi di fronte all’esplosione definitiva. E’ Martina ad annunciarla per prima:
“Ecco… amore … ci sono quasi… sto per venire… guardami, piccola…”, il suo corpo si irrigidisce di colpo, scosso da un unico, lungo fremito che la fa vibrare violentemente, si inarca in maniera innaturale mentre spinge in avanti il bacino con sussulti sempre più frequenti, due dita si intrufolano nella fessura, insieme all’impugnatura della spazzola, entrano ed escono dalla figa ormai fradicia di umori, trascinando all’! esterno piccoli fiotti di liquido che cola per giù per le cosce fino al lenzuolo. Non resisto. Mi sento morire, un senso di vertigine mi assale. Intensifico i movimenti come una folle finché non avverto i primi sussulti del piacere. Mi inarco, spalancando le gambe sino allo spasimo, con lo sguardo annebbiato, fisso sul pube di Martina. Il suo culo pulsa e si scuote con spasmi sempre più brevi e frequenti, la sua voce scandisce, per me, i tempi del suo orgasmo:
“Sta arrivando… amore… lo sento… sì, sììì, sììììì…. vengo… guardami Sofia, vengooooooooo… ahhhgghhhh… godoooooo…”.
Urlo insieme a lei, spaccandomi, aprendomi tutta, fremendo, spazzata via da qualcosa più potente di ogni sensazione mai provata. Ogni fibra, ogni cellula del mio corpo sembra aprirsi, tendersi, premere verso l’esterno come se volesse schizzare via. Vedo l’orgasmo squassare il corpo di Martina, sbatterla come una bambola senza senno, preda di una specie di delirio maniacale. Ci abbandoniamo all’inevitabile, vittime dei nostri corpi scossi, frustati da vibrazioni incontrollabili, dal contrarsi e rilasciarsi dei muscoli, dalla tensione spasmodica degli arti. Sfilano via i secondi fissandoci in una posa innaturale, tremante, contratta e tesissima insieme. Poi l’afflosciarsi dei corpi, sacchi svuotati, privi di energia e volontà. I muscoli si rilassano lentamente, i fremiti diminuiscono d’intensità.

Gli occhi rimangono socchiusi, i seni e il volto arrossati, la pelle ricoperta di goccioline, le fighe fradice, inzuppate di miele. Il petto si solleva con sempre minor frequenza e il re! spiro riacquista il ritmo normale.Il corpo di Martina è sdraiato sul ventre, affranto. Io giaccio supina con le gambe divaricate, il mio corpo ancora incandescente.La quiete. Il silenzio. Abbiamo goduto insieme. Un orgasmo folle, assoluto. I nostri corpi si avvicinano, bollenti, tremanti, in un bagno di sudore che ci imperla la fronte e gocciola copioso dalle ascelle lungo i fianchi. Per lunghi istanti ci sorridiamo restando accasciate, l’una di fronte all’altra, guardandoci i corpi madidi, sfiniti, come se fosse la prima volta, immerse in un’intimità sconosciuta, dall’acre sapore di sudore e secrezioni vaginali.Mi avvicino, le sfilo dal retto che lo avvolge il cilindro di plastica, unto di umori anali, di mucosa.

Resto a osservare il suo culo richiudersi, ritornare come prima prepotente e perfetto, come un sipario che cala. Ci ritroviamo abbandonate l’una nelle braccia dell’altra, stremate, braccia allacciate ai corpi, gambe e cosce incollate, creature distrutte dopo uno sforzo estenuante. Ignare di tutto ciò che ci circonda, di quello che siamo e saremo d’ora in poi, scintillanti di una gioia mai sperimentata. Immerse in un oceano d’estasi e alchimia.

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