Racconto Erotico BDSM

d e D

d e D si erano conosciuti tramite un annuncio su un sito sadomaso, D aveva contattato d e dopo un incontro preliminare l’aveva invitata a casa sua per mettere in atto le proprie fantasie.

D era molto più giovane di d, non era propriamente dominante ma d vide subito in lui un immenso potere mentale inespresso. d d’altro canto non era una sottomessa, non le piaceva subire un volere imposto ma amava provare sulla pelle il dolore fisico che viveva solo nelle sue fantasie, ciò le provocava un immenso piacere masochistico e la legava indissolubilmente al suo “carnefice”.

Il pomeriggio passò in fretta e l’indomani stesso D chiamò d per farle una proposta “vuoi venire a vivere da me? Così avremo tutto il tempo per giocare…”.
d fu piacevolmente travolta e accettò immediatamente, preparò al volo un piccolo bagaglio da portare con sè e uscì di casa, sapendo che vi avrebbe rimesso piede solo tra qualche tempo.

D le aveva preparato una stanza e le indicò dove sistemare le sue cose, le disse “ci conosciamo poco ma sono certo che stare con me ti piacerà, tra qualche giorno ti sentirai perfettamente a tuo agio”. d ne era assolutamente certa.
D le disse “in questo periodo della mia vita ho un’esistenza completamente sregolata, non ho orari, non ho regole, non ho principi”. d lo guardò estasiata. D continuò “tu vivrai seguendo queste mie poche regole”.

I primi giorni passarono. Quando d si alzava andava nella stanza di D e si infilava nel suo letto stando attenta a non svegliarlo, a volte si inginocchiava sul tappeto e osservava a lungo il suo viso, i lineamenti del suo corpo.

Un giorno d disse “mi piace come stiamo vivendo ma vorrei sentirmi più tua… ti va di legarmi?”
D “come vuoi essere legata?”
d disse “ho una fantasia da tanto tempo… vorrei che mi mettessi una catena al collo chiusa con lucchetto, collegata ad un’altra lunghissima catena fissata ad un gancio. Una catena massiccia e pesante, che mi consenta di muovermi liberamente per tutta casa senza tuttavia poter arrivare alla porta d’ingresso”.
D disse “dobbiamo trovare un punto equidistante a cui attaccare il gancio”.
D e d si misero insieme a cercare questo punto equidistante dalla porta d’ingresso, con il metro. Dopo varie misurazioni convennero entrambi che il punto migliore era situato su una parete accanto ad un armadio, in una stanza poco frequentata della casa. D uscì per andare a prendere l’occorrente. Appena tornato si mise ad attaccare il gancio e poi la catena attorno al collo di d a cui fissò con il lucchetto il lunghissimo “guinzaglio”, se così possiamo chiamarlo, ed attaccò al gancio l’ultima maglia della pesante catena.
d era felicissima.

D e d si incrociavano spesso per il lungo corridoio, in quei giorni in cui erano entrambi immersi nella propria mente… nella penombra assoluta, con un sottofondo musicale lento e coinvolgente, pesante… come la catena che d si trascinava dietro, felicissima.
Si incrociavano e D le sfiorava un fianco, una guancia, il collo… passandole accanto. Oppure si davano la mano per pochi istanti.
Poi a volte capitava che D la prendeva e la sbatteva contro il muro, la spogliava quasi “in mezzo alla strada” e la stuprava. d si lasciava fare di tutto…

Un giorno, mentre erano sul letto, d chiese a D “ti piacciono le cinture di castità?”
D disse “si…”
d “ti piacerebbe mettermi due anelli alle labbra vaginali, chiusi da un lucchetto?”

A D brillarono gli occhi… non aveva mai conosciuto una ragazza così sottomessa e masochista, d lo affascinava perchè gli mostrava un mondo che aveva solo immaginato. Del resto, anche d lo aveva solo immaginato.

A distanza di pochi giorni D la portò a forarsi le labbra a cui poi, a casa, applicò i due anelli e il lucchetto. d si sentiva di sua totale proprietà, era la realizzazione di ciò che aveva sempre immaginato. Li toglieva solo quando D aveva voglia di scoparla, masturbarla o dilatarla. Restare sola in casa con quella pesante catena e la cintura di castità era una sensazione sublime, il senso di essere una sua proprietà non la abbandonava MAI.

C’erano giorni in cui d restava completamente nuda, in quei giorni lasciava i capelli sciolti, che le arrivavano fino al culo… a D piaceva vederla incedere così nel corridoio, eterea e pallida come uno spettro seducente e sofferente. Sofferente per chi guardava, perchè d era sempre più felice in questa loro dimensione, a volte dilatata sotto effetto di alcool o erba.

E c’erano giorni in cui D la sganciava e poi la legava, con strette corde nere, in posizioni oscene… e la frustava, con fruste sottili e taglienti, canne di bambù e tutto ciò che poteva procurarle quel dolore bruciante sulla pelle che tanto le piaceva. E i lividi e i segni. Tanto che un giorno d chiese a D “ti piacerebbe creare un album di segni?”
D le chiese “come quelli della scientifica?”
d disse “si! Proprio come quelli… un album con sole foto di lividi, ritagli di carne e pelle livida e segnata, tumefatta, rigata di sangue”
L’idea eccitò immensamente D e così iniziò a fotografarla con la sua polaroid e collezionare i ritagli delle deliziose torture. d sfogliava spesso questo album, la sera a letto da sola oppure mentre D era assente.
Giorni in cui D la attaccava ai ganci sul muro e poi le fissava morsetti ovunque, lungo i fianchi, sulle braccia, sul ventre, sulla schiena… ovunque. A lei piaceva da morire sentire quel dolore pervaderla… arrivare al cervello.

A d piaceva sentirsi un oggetto quando, con la catena agganciata, lui la legava come un pacchetto di carne sul pavimento del cesso e poi faceva i suoi bisogni.

E le piaceva anche sentirsi una puttana, infatti D prese ad invitare a casa qualche amico mentre d era agganciata, legata. E la faceva usare da loro, solitamente in bocca, perchè era geloso della sua vagina e d era ancora analmente vergine… in ogni caso il culo era e rimaneva proprietà esclusiva di D.

Una volta però le disse “vorrei realizzare una fantasia… vorrei vestirti da puttana e legarti a 90 a quel tavolinetto del salotto, vorrei guardare mentre degli sconosciuti ti scopano in fica e in bocca. Li cerchiamo su internet”.

d era un po’ in ansia ma l’idea le piacque molto, così dopo aver selezionato una ventina di maschi, una mattina lui le fece indossare delle calze e rete nere, sandali con il tacco altissimo, un corsetto e poi la bloccò al tavolo in modo tale che la testa sporgesse e fosse agevole scoparla in entrambi i buchi.

Erano tutti sotto al portone, due salivano quando due scendevano.

d aveva ricevuto l’ordine di non parlare, doveva essere solo una bambola di carne e come tale la trattavano. Senza dire una parola gli sconosciuti la usavano, penetravano in bocca e in fica, lei godeva ripetutamente sotto gli occhi di D, eccitato e tormentato. La monta andò avanti per tutta la giornata… d colava sperma sul pavimento.

Un giorno mentre d era stesa sul letto lui le disse “ti voglio marchiare”.
“come?” chiese lei.
Ti voglio incidere il mio nome addosso, qui, poco sopra il pube. Voglio farlo adesso.
Aprì un cassetto e prese un pennino affilato, iniziò a passarlo ripetutamente sulla pelle creando abrasioni e scorticature, fino ad incidere a fondo una lettera dopo l’altra… usciva poco sangue. Il dolore era impalpabile, d era affascinata dall’espressione e dallo sguardo di lui, così persi… e quel lieve dolore era un dolore diverso dai soliti, le sembrava di sentire il freddo metallo dentro la carne, le sembrava di essere graffiata da unghie d’acciaio.
Poi si guardò e vide la pelle terribilmente arrossata, le lettere neanche si distinguevano perchè tutta la zona era estremamente infiammata, ma tempo qualche ora che tutto iniziò a definirsi e solo i segni restarono ben visibili. Seguirono cicatrici e poi dei segni più scuri che nel tempo si schiarirono persino più della sua pelle.

Questa era la loro vita, niente regole, niente orari, sensazioni fisiche e mentali, realizzazione di fantasie. Era un’esistenza stupenda.

Trascorsero così diversi mesi… quasi un anno.

Un giorno D le disse “ti devo comunicare una cosa, non ti piacerà, non piace neanche a me”.
d non disse nulla ma capì immediatamente di cosa si trattava… non avrebbe voluto sentire altro, avrebbe voluto pietrificare quel momento e rendere tutto così, immutato.
Ma lui continuò “devo partire, devo occuparmi di alcune questioni e non so quando potrò tornare, io credo che dovremmo interrompere il nostro rapporto, metterlo in pausa, non ti posso tenere così”.
Per d si aprirono le porte dell’inferno. Riuscì solo a chiedere “quando?”.
Lui dispose “tra una settimana”.
Quei giorni scorrevano come gli altri, lei guardava lui organizzare la sua partenza, forse il suo Addio. Lei non aveva ancora voluto essere sganciata.
Un giorno mentre lui era uscito lei si spogliò nuda e si buttò dalla finestra. Il suo corpo era sul marciapiede, scomposto, la testa in una pozza di sangue, la pesante catena che ancora collegava il gancio al collo pendeva lungo la facciata del palazzo.
Lui trovò questa scena mentre arrivava l’ambulanza.

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